Stragi, da Bologna a via D’Amelio spunta ancora il nome di Paolo Bellini
Le motivazioni della sentenza sui depistaggi dell’attentato in cui morì Borsellino. La Primula Nera tirata in ballo da Santino Di Matteo, a cui la mafia uccise il figlio
«Ma io non conosco nessuno dei servizi segreti al di fuori di Paolo Bellini. Questo è venticinque anni che lo dichiaro. Non un giorno, venticinque anni». A parlare è il pentito di mafia Mario Santo Di Matteo, ex uomo d’onore di Altofonte e collaboratore di giustizia. E le sue parole sono contenute nelle motivazioni della sentenza sui depistaggi della strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, costata la vita a Paolo Borsellino e a cinque agenti della sua scorta: Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. La sentenza è stata depositata lo scorso 6 aprile a Caltanissetta, a un giorno di distanza dal deposito a Bologna delle motivazioni del processo mandanti per la strage del 2 agosto 1980, dove la Primula Nera ed ex Avanguardia Nazionale, Paolo Bellini, pur proclamandosi innocente è stato condannato in primo grado all’ergastolo.
Calunnie e depistaggi
Nella sentenza di Caltanissetta – dove sono state prescritte le accuse di calunnia aggravata contestate a Mario Bo e Fabrizio Mattei, due dei tre poliziotti accusati di avere depistato le indagini attraverso il falso pentito Vincenzino Scarantino, ed è stato assolto il terzo imputato, Michele Ribaudo – si mettono insieme alcuni punti fermi: i giudici parlano «di convergenze di interessi nella ideazione della strage di via D’Amelio tra Cosa nostra ed ambienti esterni ad essa», aggiungendo che «a meno di non ipotizzare scenari inverosimili di appartenenti a Cosa nostra che si aggirano in mezzo a decine di esponenti delle forze dell’ordine, può ritenersi certo che la sparizione dell’agenda rossa non è riconducibile ad una attività materiale di Cosa nostra».
Misteri lunghi trent’anni
Nelle carte, il nome di Bellini ricorre nelle deposizioni rese negli anni da Mario Santo Di Matteo, detto Santino, una vecchia conoscenza della Primula Nera, che a inizio anni Novanta – con l’alias di Aquila Selvaggia – era impegnato nella cosiddetta trattativa Stato-Mafia sulle opere d’arte rubate alla Pinacoteca di Modena: una trattativa imbastita da un lato con l’ex maresciallo del Nucleo tutela patrimonio artistico, Roberto Tempesta (che si rivolse al Ros dell’allora generale Mario Mori) e dall’altro lato con Antonino “Nino” Gioè, boss di Altofonte, uno degli attentatori di Capaci, considerato vicino a servizi e massoneria, suicida a 45 anni nel 1993 in carcere a Rebibbia in circostanze sospette, proprio nel pieno della strategia stragista in Continente del 1993. I due si erano conosciuti nel carcere di Sciacca nel 1981, durante una partita a ping pong, quando Bellini era latitante con il falso nome brasiliano Roberto Da Silva. A inizio anni ’90, il nuovo contatto, con i viaggi di Bellini in Sicilia. Si ipotizza che Gioè morì mentre era in procinto di collaborare con la giustizia nell’ambito del protocollo Farfalla, ovvero l’accordo riservato stipulato tra servizi e il Dipartimento di amministrazione penitenziaria per gestire le informazioni provenienti dai penitenziari di massima sicurezza. Una morte su cui hanno riacceso di recente i riflettori le diverse procure, avvenuta nell’arco di 20 minuti, durante i quali all’agente di sorveglianza fu ordinato di allontanarsi. Nella cella in cui venne trovato il corpo, c’era inoltre un biglietto in cui Bellini veniva indicato come un infiltrato.
Ucciso nell’acido
Nel 1993, anno della morte di Gioè, Santino Di Matteo venne arrestato con l’accusa di una decina di omicidi. Diventato collaboratore di giustizia, cominciò a riferire ciò che conosceva sulla strage di Capaci, compiuta da Cosa Nostra il 23 maggio 1992, nella quale morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Le rivelazioni rese all’epoca da Di Matteo scatenarono una reazione sanguinaria da parte di Cosa Nostra: la collaborazione venne avviata ad ottobre 1993 e seguita, a stretto giro, dal sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, rapito a 12 anni il 23 novembre 1993 e poi ucciso, il cui cadavere non fu mai ritrovato perché venne disciolto nell’acido. Un delitto atroce, in un clima di intimidazioni e minacce, che vide coinvolti boss mafiosi come Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro. Ed è ripercorrendo questo contesto che, nella sentenza di Caltanissetta, si riaccendono i riflettori in particolare su una intercettazione. È l’intercettazione in cui Di Matteo e la moglie, in un locale della Dia, parlano del rapimento del piccolo Giuseppe: nel colloquio, si accenna a ‘‘infiltrati” in via D’Amelio, con la donna che invita il marito a “ritrattare” e non ricordarsi più della strage. Un’intercettazione mai del tutto chiarita, tanto che per i giudici nisseni «si ritiene che Di Matteo Mario Santo sia a conoscenza di altri particolari riguardanti le stragi, che questi particolari riguardano soggetti istituzionali, e che egli non abbia inteso e tuttora non intenda riferire per un timore evidentemente ancora attuale per la vita propria e dei suoi familiari». L’intercettazione è stata oggetto di più di un interrogatorio a Di Matteo, nelle vesti di testimone assistito, durante i quali ha sempre assicurato di aver detto tutto ciò che sapeva, ricordando il suo contributo nelle indagini su Capaci e nello smascheramento del falso pentito Vincenzo Scarantino. In questi interrogatori, Di Matteo cita un paio di volte Bellini, indicandolo come uomo dei servizi. Da parte sua, nei tanti processi in cui la Primula Nera è stato ascoltato come testimone di giustizia, come collaboratore o imputato, Bellini ha sempre detto di essersi infiltrato in Cosa Nostra perché «schifato» dalle stragi di mafia. E ha sempre negato un suo arruolamento nell’intelligence, sebbene abbia ammesso diverse circostanze in cui i servizi – anche attraverso il padre Aldo – abbiano cercato di avvicinarlo. Una tesi messa in dubbio dalla Corte d’Assise di Bologna nella sentenza dei mandati del 2 agosto, che ritiene invece la Primula Nera una figura al soldo dei servizi in numerose circostanze.
Le domande
Quanto all’intercettazione di Di Matteo e della moglie, ecco le risposte fornite alla magistratura dal collaboratore di giustizia di Altofonte: «Guardi dottore io sono venticinque anni che mi fanno sempre la stessa domanda. Ho detto sempre di questa situazione io non so nulla. Di questa conversazione non ne so nulla, cioè non esiste. Perché io l’unica persona che ha avuto, diciamo, i contatti, diciamo, se è vero o non è vero questo sta a voi vederlo, se questo... Bellini era dei Servizi, questa è l’unica persona che conoscevo io come dei Servizi. Poi non conosco nessuno». E poi: «Lei mi deve scusare io quale problema avevo se c’era uno dei Servizi Segreti di dire “Guarda che c’è questo che fa parte dei Servizi Segreti e ha detto questo.”». E infine: «Io ho detto “Sì, è vero, conoscevo uno dei Servizi Segreti, ma si chiama Paolo Bellini.”. Poi se è vero che è dei Servizi Segreti o non è vero questo sta a voi vedere». l
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