A Reggio Emilia dieci anni di cure palliative: «Seguiamo 2.500 persone»
La dottoressa Silvia Tanzi responsabile al Santa Maria Nuova: «Il supporto psicologico deve andare di pari passo»
Reggio Emilia Di Medicina Oncologica si parla spesso e spesso con un certo timore. Di cure palliative e di Psico-Oncologia, che sono l’altra parte delle cure garantite ai reggiani, invece, molto meno. Quasi fossero e debbano restare un fatto privato. Il 18 maggio l’Ausl reggiana ha scelto di parlarne in un momento pubblico con una iniziativa al Cinema Rosebud, in cui la Struttura di Medicina Oncologica del Core, l’Unità di Cure Palliative e l’Unità di Psico-Oncologia celebreranno i primi 10 anni di attività. Abbiamo parlato di come sia cambiato l’approccio dei pazienti, ma anche degli stessi medici, nei confronti delle cure palliative che in questi anni sono divenute un momento fondamentale nell’affrontare la malattia, con la dottoressa Silvia Tanzi, responsabile dell’Unità Cure Palliative del Santa Maria Nuova e che coordina una struttura composta da 3 medici e 2 infermieri. Ma in tutta la provincia sono una quarantina i medici palliativisti presenti nei presidi ospedalieri, oltre agli infermieri dedicati.
«Come Unità siamo nati dieci anni fa – racconta la dottoressa Tanzi – e ho contribuito all’introduzione delle cure palliative in ospedale assieme al dottor Massimo Costantini. Negli hospice della nostra provincia esistono da trent’anni. Negli Stati Uniti le cure palliative sono nate dentro gli ospedali e viaggiano con le cure oncologiche, mentre in Italia sono nate per seguire i pazienti terminali, poi si sono evolute. Oggi seguiamo 2.500 persone l’anno e di queste il 90% sono pazienti ambulatoriali. Il nostro lavoro è quello di aiutarli intervenendo sui sintomi fisici e sull’aspetto psicologico».
Dove cominciano le cure e dove inizia il supporto psicologico?
«Vanno di pari passo quando si affrontano malattie come quelle oncologiche o neurodegenerative. Molto dipende dalla evoluzione della malattia, ma anche da altri aspetti legati al tipo di sofferenza. Pensiamo a coloro che si sentono soli e non hanno una rete familiare. Ma la situazione può cambiare ed essere influenzata da come una persona vive la propria sofferenza fisica anche sul piano spirituale. Parlo di quelle situazioni in cui una persona perde il senso della propria vita e mette in dubbio le proprie prospettive».
Esiste un limite accettabile se parliamo di qualità di vita?
«È soggettivo il giudizio su quale sia una vita degna di essere vissuta. Il dolore forte non controllato ti mette in crisi e se lo puoi controllare la tua percezione è diversa. Ma la difficoltà può subentrare anche nelle persone che si ritrovano sole. Non esiste una qualità della vita standard, perché parliamo di cure personalizzate».
La legge del 2017 sul testamento biologico ha cambiato lo scenario?
«L’introduzione delle disposizioni anticipate di trattamento consente di esprimere la propria volontà rispetto alla malattia e alle prospettive di cura. Permette di poter scegliere se accettare una tracheotomia o l’impianto di una Peg e di disporre della libertà di vivere la propria malattia e di essere coinvolto nelle scelte e nelle cure. Ognuno di noi ha il diritto di chiedersi fino a quando andare avanti con la chemio o la dialisi, perché è sancito il diritto di decidere quando sospendere i trattamenti, ma è una legge ancora poco conosciuta, anche dagli operatori sanitari».
Possiamo dire che siamo di fronte ad un cambio epocale in cui il medico prima di curare deve ascoltare?
«Non è più una medicina in cui l’unico competente è il medico, ma anche il paziente, e si fanno le scelte insieme. Le cure palliative in altri paesi vengono chiamate di supporto perché se si riesce a togliere il dolore, la vita del paziente viene rasserenata. La sua vita non è congelata dalla malattia e si consente alla persona di vivere la parte sana della vita».
Se dovesse fare un bilancio di questi primi dieci anni?
«È molto positivo. Abbiamo seminato e stiamo raccogliendo i frutti, anche grazie a una forte collaborazione con Psico-Oncologia, Medicina Oncologica, Unità di Bioetica. La metà dei pazienti che seguiamo sono oncologici, ci sono anche pazienti dei Reparti Infettivi, Pneumologia e Medicina».l
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