«Prima ha cercato di violentarmi poi di buttarmi giù dalla finestra»
Accuse di una 33enne a un operaio. «Mi ha salvato un passante»
i Tiziano Soresina
Correggio Sta entrando nel vivo il processo che vede alla sbarra un operaio marocchino di 46 anni (con cittadinanza italiana) su cui gravano pesanti accuse: tentato omicidio, violenza sessuale, lesioni e detenzione illegale di arma (un coltello con cui era stato visto uscire di casa nei giorni precedenti alla vicenda che si rifà alla notte fra il 14 agosto e il Ferragosto di due anni fa).
Secondo gli inquirenti vittime di tutto ciò sarebbero una cameriera marocchina di 33 anni e un brasiliano accorso in aiuto della donna. La nordafricana risiedeva da pochi giorni con il connazionale, in un appartamento al quinto piano di un condominio correggese. Si erano conosciuti via Facebook tramite amici comuni e si era sistemata dal connazionale (pagando l’affitto) perché cercava lavoro a Correggio. Ieri mattina ha deposto proprio lei davanti alla Corte presieduta da Cristina Beretti (a latere i giudici Giovanni Ghini e Silvia Semprini). Ricostruendo in aula quei momenti, la nordafricana – non costituitasi parte civile – ha detto che, vedendolo alterato dopo una lite, era uscita di casa, per poi rientrare non sapendo dove andare. Parla di uso di alcol e “polvere bianca” da parte del connazionale. Dice che si era addormentata, poi il brusco risveglio con tanto di pesanti attenzioni. Un rapporto sessuale rifiutato dalla 33enne: «Mi ha palpeggiata prima sul seno, poi su tutto il corpo – racconta – a quel punto mi sono avvicinata alla finestra, che era aperta, per chiedere aiuto. Stavo telefonando ai carabinieri: mi sono sporta mettendo una gamba fuori dal davanzale, rimanendo a cavalcioni. Lui mi ha spinta con forza. Mi ha detto: “Ti butto giù”. Lui gridava, ma nonostante il rumore nessuno dei vicini è venuto a soccorrermi: solo un ragazzo brasiliano che era per strada mi ha aiutata». Un intervento nell’appartamento costato al soccorritore una ferita con i cocci di un vaso (lesioni giudicate guaribili in sette giorni).
L’avvocato difensore Stefano Germini ha chiesto di revocare o alleggerire la misura cautelare per il suo assistito (dopo un anno in carcere, ora è agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico nell’appartamento incriminato, dove vive con l’aiuto di amici e parenti). La connazionale, pur ancora sofferente per questa vicenda, non si è opposta ad una misura più soft, di diverso avviso la pm Maria Rita Pantani che ha fatto riferimento ai precedenti penali dell’imputato. La Corte deciderà a fine mese.l
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