Le suppliche e le minacce a Saman: dai telefonini emerge l’accerchiamento familiare
La mamma: «Ti prego, torna, stiamo morendo...». Il promesso sposo: «Per la dignità delle nostre due famiglie non possiamo non sposarci. Al massimo potremo divorziare».
Reggio Emilia «Ehi Saman, ti prego figlia mia, fammi sentire una volta la tua voce. Faremo come dirai tu. Torna una volta a casa, contattaci, ti prego, stiamo morendo tutti. Faremo come dirai tu». Il 19 dicembre 2020 non è un giorno come un altro. Saman è maggiorenne da poche ore. Quel giorno la mamma Nazia contatta la figlia, che dal 12 novembre si trova in un luogo segreto a Bologna, e la supplica di tornare a Novellara, conscia del fatto che è maggiorenne e può decidere da sola. La donna usa parole atte a instillare il senso di colpa. «Rispondi alla chiamata, ti prego». E ancora, di fronte alle mancate risposte, un messaggio che sa di lamento: «Saman...». Messaggi che, purtroppo, fanno breccia nel cuore di una adolescente sola, come dimostrerà il fatale ritorno a casa alcuni mesi dopo, nell’aprile 2021.
In aula il maresciallo maggiore Cristian Gandolfi ha riferito di quanto emerso dalle analisi dei cellulari della vittima, degli imputati e altri familiari. Nel periodo di permanenza in comunità la ragazza ha ricevuto telefonate, alle quali non ha risposto, da parte del fratello e del padre.
A gennaio il genitore, venuto a conoscenza della relazione della ragazza con Saqib, le manda un messaggio per chiederle di troncare la relazione. «Voi due insieme… non mantenete il nostro onore». L’onore degli Abbas è a rischio, perché la ragazza è promessa sposa a un cugino nel Punjab. E nessuno della famiglia è disposto a transigere su questo. Nemmeno la zia “Baby”, sorella del padre, vissuta a lungo a Novellara prima di trasferirsi in Inghilterra, con la quale Saman si è sempre confidata.
«La zia era la mia amica migliore», scrive Saman nell’ottobre del 2020 a Saqib, che ha da poco conosciuto sui social. In quei giorni l’Italian Girl, come si definiva sui social, si trova in Pakistan e la famiglia è impegnata nei preparativi per il matrimonio previsto per il 22 dicembre successivo. Con Saqib si apre completamente e parla delle nozze imminenti e della sua solitudine. Ha espresso il suo dissenso alla zia, che fino a quel momento le era parsa amichevole. Ma ha trovato un muro. La stessa parente con il passare dei mesi inasprirà le critiche nei confronti della giovane e punterà anche il dito nei confronti del fratello Shabbar, colpevole di non averla educata bene.
A chi rivolgersi, dunque? «Mio fratello è molto amico del mio promesso sposo» spiega la giovane a Saqib, in un altro messaggio. Dai telefoni emerge allora un disperato tentativo per sottrarsi al matrimonio forzato. Saman scrive direttamente al cugino con il quale deve sposarsi. La risposta è netta. «Per la dignità delle nostre due famiglie non possiamo non sposarci. Al massimo potremo divorziare». Del resto, un anno prima si era tenuta una sfarzosa festa di fidanzamento a Charanwala, nel Punjab. Tanti soldi erano stati spesi e preziosi doni scambiati. Non si poteva tornare indietro. In ballo c’erano l’onore e la dignità. l
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