«In stazione sono in aumento i consumatori di crack»
Luca Censi guida l’unità di strada già presente ogni giorno: «Applichiamo lo stesso metodo delle ex Reggiane, che hanno fatto scuola»
Reggio Emilia «La situazione in zona stazione è strettamente connessa all’aumento considerevole del consumo di crack. L’esperienza delle ex Reggiane ha fatto scuola e ci ha insegnato che occorre un approccio multidisciplinare e di rete». Luca Censi è il responsabile dell’unità di strada (UP unità di prossimità), gli specialisti della Papa Giovanni XXIII in convenzione con il Comune nell’intercettare le dipendenze. Negli anni bui del Covid hanno lavorato con i Servizi all’interno delle ex Reggiane. Dal primo maggio sono in stazione ogni giorno, con postazioni fissi e mobili, e come annunciato dal Comitato provinciale di sicurezza e ordine pubblico sono stati invitati al tavolo di coordinamento della questura per cercare di lavorare sull’area. Segno che la stazione storica è diventata la nuova frontiera di tutti gli sforzi, compresi quelli dei Servizi dell’Ausl.
Il crack dilaga a Reggio?
«L’impennata del consumo di crack tra le fasce vulnerabili è un fenomeno globale, registrato da vari osservatori, e Reggio non fa eccezione: il derivato della cocaina adesso arriva in città già “basato”. A usarlo sono i poveri e gli emarginati che hanno già problemi sociali e di salute: senzatetto, irregolari, con patologie psichiche e scarsa igiene. Il prezzo è economico (20 euro a dose contro i 60 della polvere bianca), ma la dinamica della sostanza è peculiare. Un esempio: la cocaina impiega qualche minuto per fare effetto, il crack pochi secondi: perciò viene chiamato “piccolo flash”. L’insorgenza è rapidissima e l’euforia, così come la fidelizzazione, è immediata, seguita da un brusco calo».
Questo spiega anche la violenza?
«Il crack può provocare tensione più alta e aumento delle paranoie, oltre alle prestazioni sessuali per procurarsi la sostanza. Inoltre il crack prevede lunghe sessioni di consumo, fino a 48 ore; a volte è necessario assumere eroina per far scendere gli effetti».
Cosa fate in stazione?
«In primo luogo si pensa alla messa in sicurezza del consumatore. Per agganciarlo distribuiamo materiali di riduzione del danno per far capire che ci interessa la sua salute: siringhe, Naloxone, filtri a carbone attivo e pipe crack. Fornire pipe da crack ci ha permesso di intercettare il fenomeno in tempo reale e di abbassare il pericolo dell’assunzione; in precedenza si usava costruire una pipa con bottiglie di plastica. Il secondo step è la presa in carico del singolo da parte dei servizi specialistici di secondo livello, cioè Sert e Centro di salute mentale».
Un salto difficile?
«Difficilissimo. Qui siamo di fronte a un problema complesso: perciò occorre coinvolgere tutte le parti in causa. Serve un approccio integrato sociale e sanitario. Le forze dell’ordine possono agire sul controllo ma sappiamo, da quanto a ccaduto in altre città, la limitatezza della risposta esclusivamente repressiva».
Forze dell’ordine che tra l’altro hanno le armi parziali: si pensi ai Daspo urbani, spesso non rispettati.
«Le forze dell’ordine devono contestare un reato: la mancanza del permesso di soggiorno o lo spaccio. Ma è ovvio che la dipendenza non si contrasta così: la persona colpita da Daspo continuerà a tornare in stazione perché lì si rifornisce. Anche i nostri metodi vanno rivisti ad esempio guardando alle esperienze pilota in Europa in fatto di consumo negli spazi urbani per poterli gestire meglio, visto che la questione in stazione è anche quella della fruibilità degli spazi urbani».
I comitati dicono che i soggetti molesti sono pochi e sempre gli stessi: vi risulta?
«Ci sono soggetti più problematici di altri, ma da quello che vediamo il fenomeno è esteso. Ci sono consumatori storici di eroina che hanno virato sul crack, ma anche tanti giovani africani che faticano a gestire la sostanza. In stazione c’è di tutto: è un luogo che funziona da catalizzatore, come un tempo era il gasometro. Sono soprattutto stranieri solo perché più fragili».
Ai residenti cosa consigli?
«Spero di aver contribuito a fornire ai cittadini uno sguardo più ampio: non significa portare pazienza, ma nemmeno invocare l’esercito. Noi ci siamo. Chi vuole può contattarci in zona».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
