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Il processo

Novellara, il padre di Saman telefonò al figlio: «Torno e dirò che ho fatto tutto io»

Jacopo Della Porta
Novellara, il padre di Saman telefonò al figlio: «Torno e dirò che ho fatto tutto io»

Shabbar voleva che il minore ritrattasse: «Devi dire che nessun altro ha colpa»

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Reggio Emilia «Sai che cosa? Ho deciso di ritornare, vengo lì e dirò che ho fatto tutto io e nessun altro ha colpa». Così il padre di Saman, Shabbar Abbas, diceva al figlio in una conversazione telefonica intercettata dai carabinieri, nella quale voleva convincerlo a ritrattare le accuse nei confronti del fratello Danish Hasnain.

Questo scambio di battute avveniva il 14 giugno del 2021. Dal primo maggio Shabbar e la moglie Nazia erano fuggiti in Pakistan, mentre il fratello di Saman si trovava in una comunità d’accoglienza. Da un mese, a partire dal 12 maggio, il minore aveva rotto il muro dell’omertà, ammettendo che la sorella era stata uccisa e indicando come autore materiale lo zio Danish.

«Tu perché devi metterti in mezzo?» diceva il genitore al telefono. «Devi dire che Danish e gli altri non hanno nessuna colpa».

Il capofamiglia cercava di richiamare il figlio all’ordine. Uno sforzo inutile, perché il ragazzo il 18 giugno avrebbe ribadito la sua versione in un incidente probatorio che è agli atti del processo.

Di questa telefonata si è parlato ieri durante il processo in corso davanti alla Corte d’Assise, su sollecitazione dell’avvocata Valeria Miari, che assiste il fratello di Saman, costituitosi parte civile. In aula è stato ascoltato Luca Pastore, carabiniere all’epoca in servizio al Nucleo operativo e radiomobile di Guastalla. Lo stesso militare ha riferito di un’altra chiamata, molto nota, avvenuta il 12 giugno. In quella occasione Shabbar telefonò al fratellastro Zaman Fakhar e disse: «L’ho uccisa io, l’ho fatto per il mio onore e la mia dignità». Simone Servillo ed Enrico Della Capanna, difensori di Shabbar, hanno fatto emergere alcuni problemi tecnici relativi a quella intercettazione. Il primo è che non si sente la voce del ricevente, che si suppone fosse il fratellastro (l’utenza era la sua). Il secondo è che l’intercettazione non ha consentito di individuare l’utenza dell’interlocutore, che è stato indicato come Shabbar. Il carabiniere ha riferito che il padre di Saman è stato «identificato dal timbro vocale». Fakhar è tra i testimoni citati, ma non vive più a Novellara: da febbraio, si è appreso a margine dell’udienza, si è trasferito in Spagna.

In aula è comparso anche l’ex datore di lavoro Ivan Bartoli, che ha parlato dei 15 anni nei quali Shabbar è stato alle sue dipendenze. Ha ribadito che era «una persona affidabile e un grande lavoratore», sebbene un paio di volte lo avesse trovato ubriaco. L’imprenditore ha ricordato che mentre il figlio maschio «si vedeva sempre in giro», la figlia Saman e la moglie Nazia vivevano di fatto da recluse.

La ragazza la conobbero quando arrivò in Italia, nel dicembre 2016, ma poi progressivamente la persero di vista: più cresceva e meno usciva di casa in presenza di altre persone. «Cercai anche, per mesi, di convincerlo di mandarla a scuola».

Il lavoratore (quasi) modello cambiò però comportamento in modo repentino quando nel giugno 2020 la figlia se ne andò in Belgio. «Mi chiese di controllare le telecamere perché Saman era scappata e dalle immagini vedemmo che era uscita di casa di corsa in direzione di Novellara...». Da quel momento in poi «aveva perso la testa, diceva che per loro era una tragedia, era come se avesse perso la figlia. Era molto provato e per una settimana non andò a lavorare. Si rimise un po’ in carreggiata, salvo assentarsi nuovamente nell’ultima settimana di vita della figlia, nell’aprile 2021. Disse che aveva mal di schiena, ma seppi che era una “bufala”».

Nel controesame i difensori degli imputati hanno insistito su un aspetto molto importante: il famoso filmato del 29 aprile in cui si vedono Danish e i due cugini Noman e Ikram (quest’ultimi difesi da Luigi Scarcella e Mariagrazia Petrella) uscire da un capannone con due pale, un piede di porco e un telo azzurro. Per gli inquirenti sarebbe la prova della premeditazione del delitto. I difensori, invece, ritengono che gli imputati stessero andando a svolgere dei compiti nelle serre, sebbene fuori dal consueto orario di lavoro. In proposito hanno ricordato che Bartoli intorno alle 18 di quel giorno fece otto telefonate ai dipendenti. In seguito a quelle chiamate gli imputati andarono nei campi, sostengono i legali, per svolgere le mansioni che gli venivano affidate usualmente quando pioveva. L’imprenditore non ha negato che tale ipotesi possa avere un fondamento.l


 

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