Gazzetta di Reggio

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Il ricordo

«Quel tragico 7 luglio di 63 anni fa lo Stato italiano sparò a se stesso»

Adriano Arati
«Quel tragico 7 luglio di 63 anni fa lo Stato italiano sparò a se stesso»

Reggio Emilia: la commemorazione dei martiri, «per i quali non è mai stata fatta giustizia». Il figlio di Lauro Farioli, Ettore, ha fatto un parallelo con l’attuale Governo

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Reggio Emilia Un ricordo impegnato, denso di politica come poche volte accaduto negli ultimi anni. Si è concluso con tante riflessioni sulle dinamiche che hanno animato il passato italiano e su quelle in atto in questo periodo, il lungo giorno pubblico in memoria dei “Martiri del 7 Luglio 1960”, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli. Un momento sempre particolare, intenso e sentito, per la comunità reggiana, che da 63 anni porta i segni della ferita di quelle cinque morti, di quei cinque manifestanti uccisi dalle pallottole della polizia mentre si trovavano in piazza dei teatri, il 7 luglio 1960, assieme a migliaia di compagni e militanti della Cgil, del Pci, e di altre forze di sinistra.

Erano tutti lì per unirsi alla grande mobilitazione indetta dalla Camera del Lavoro per protestare contro la situazione politica del periodo, una delle fasi più torride del turbolento dopoguerra italiano segnato dalla guerra fredda. In giorni di scontri in mezzo Paese, il governo monocolore Dc guidato da Tambroni era alla caccia dei voti necessari per mantenere una maggioranza, ed era pronto ad aprire all’appoggio esterno del Msi, il Movimento sociale italiano dichiarato erede del fascismo.

Dopo giorni caldissimi, di scontri e tensioni in mezza Italia, si arrivò al picco proprio a Reggio, una delle capitali dell’Emilia rossa, governata dal Partito Comunista, che tanta paura faceva nei decenni della guerra fredda a bassa intensità, dello scontro per interposta persona fra Usa e Urss, fra Nato e Blocco di Varsavia. Un conflitto che ha segnato gran parte della seconda metà del ’900 e che ha visto nell’Italia uno degli scenari più delicati, con la strategia della tensione, le stragi della destra coperte da apparati dello Stato e, dagli anni ’70, il terrorismo armato.

Di tutto questo sangue, per molti versi, il 7 luglio 1960 è una dolorosissima anticipazione. Di tutto questo, con tanti agganci all’attualità, hanno parlato i relatori intervenuti ai giardini pubblici, il sindaco Luca Vecchi, la vicepresidente della Provincia Elena Carletti, Ettore Farioli, figlio di Lauro Farioli, la giornalista Lucia Annunziata. La cerimonia ufficiale si è snodata secondo il programma ormai consueto, con il ritrovo alle 17 al cimitero monumentale, per l’omaggio alle tombe dei caduti da parte dei rappresentanti istituzionali, sindacali e delle associazioni partigiane. Alle 17.45 il gruppo è arrivato nei luoghi degli assassinii, l’attuale piazza Martiri 7 Luglio che cambiò nome dopo la vicenda, per la deposizione di una corona al cippo dedicato ai cinque morti, alla presenza di gonfaloni e labari. A seguire, il classico breve corteo sulle “pietre d’inciampo” in memoria dei caduti, poste in cinque luoghi attorno alla piazza, nei punti in cui i “martiri” vennero colpiti dalle pallottole risultate fatali, prima delle orazioni.

Ha aperto il primo cittadino Vecchi, ricordando come questo sarà il suo ultimo 7 luglio come sindaco, vista la scadenza del secondo mandato nella primavera prossima. Nel suo discorso, ha poi richiamato l’andamento di quei decenni, del confronto in piazza e non solo fra forze diverse, sempre accompagnato dalla presenza di gruppi sostenuti da parti deviate dello Stato. «Quello Stato che il 7 luglio 1960 sparò a se stesso», ha ribadito usando un’antica formula. Si è spostata dagli anni ’60 all’attualità la vicepresidente della Provincia, la sindaca di Novellara Elena Carletti, sottolineando come la stessa piazza attraversata ieri, per omaggiare i morti di allora, poche settimane fa fosse stata riempita da una folla ben più colorata e festante, quella del Pride. E non si è nascosto parlando di politica contemporanea Ettore Farioli, il figlio di Lauro, affermando come il partito contro cui si protestava allora, il Movimento sociale italiano, erede diretto e dichiarato del fascismo, si trovi in una forte continuità ideale con l’attuale Fratelli d’Italia, al governo nazionale assieme alle altre forze di centro-destra.

Riflessioni ampie che hanno portato a quelle dell’ospite d’onore, la giornalista Lucia Annunziata, poi coinvolta in altre iniziative in giornata. La conduttrice televisiva ha affrontato il tema da lontano, volutamente, partendo dal contesto che negli anni ’20 dello scorso secolo, dopo le devastazioni della prima guerra mondiale e la fine dell’epoca degli imperi, condusse sino all’avvento di regimi totalitari, come il fascismo e il nazismo. Un nazismo in un primo momento forse sottovalutato, ha evidenziato l’Annunziata, perché ritenuto improbabile e poco pericoloso, e poi cresciuto progressivamente in un mondo colpito da sofferenze economiche sempre più pesanti. E in una fase in cui le persone faticano ad avere sicurezza, in un parallelo molto evidente con la contemporaneità, i rischi per cedimenti della tenuta democratica rispetto a pulsioni pericolose crescono e non poco. Il discorso si è incamminato un pezzetto alla volta alla data cruciale, il 7 luglio della piazza insanguinata, e poi all’oggi, ai conflitti che segnano il continente europeo, in Ucraina. Una guerra su cui l’Annunziata ha mostrato idee molto chiare, affermando che, a suo parere, l’invio di armi sia una scelta giusta in anni definiti “cruciali” per l’Europa e per la tenuta democratica. Un lungo percorso circolare, dunque, che ha come fulcro uno dei principali luoghi cittadini, e una giustizia mai completamente raggiunta.

63 anni fa era abitata da vecchi antifascisti, partigiani, studenti, militanti comunisti, tanti giovani, gli immortali ragazzi con le magliette a righe fotografati a cantare insieme pochi minuti prima dell’avvio degli scontri e della decisione della polizia e degli altri agenti di sparare ad altezza uomo, che portò a feriti e a cinque morti. Cinque vittime per cui non è mai stata fatta giustizia, a partire dalla decisione di spostare il processo a Milano per presunte incompatibilità ambientali. 


 

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