Gazzetta di Reggio

Reggio

Angeli e Demoni

Processo affidi, «Con Anghinolfi più attrezzati a intercettare allarmi su abusi»

Serena Arbizzi
Processo affidi, «Con Anghinolfi più attrezzati a intercettare allarmi su abusi»

La testimonianza dell’educatrice: «Con il suo arrivo eravamo più attrezzati e maggiormente capaci di intercettare segnali di allarme»

3 MINUTI DI LETTURA





Reggio Emilia Dopo la riorganizzazione delle attività degli educatori nel periodo in cui è entrata Federica Anghinolfi «eravamo più attrezzati. Il numero dei casi era aumentato già un po’ prima, ma ho constatato una maggiore capacità di intercettare segnali di allarme».

Questo uno dei passaggi della testimonianza di Roberta Chierici, referente della cooperativa Creativ, che gestiva i servizi educativi in Val d’Enza, chiamata davanti al giudice Sarah Iusto, che presiede il collegio che a latere vede Michela Caputo e Francesca Piergallini, nella nuova udienza del processo “Angeli e demoni”, incentrato sui presunti affidi illeciti in Val d’Enza. I casi ai quali fa riferimento Chierici, su domanda della difesa di Anghinolfi, sono presunti episodi di abuso e maltrattamenti. La riorganizzazione delle attività degli educatori nel periodo in cui è entrata Anghinolfi - anche se il numero dei casi era già aumentato lievemente in precedenza - aveva portato, secondo la testimonianza, a «una maggiore capacità di intervento».

«Anghinolfi non ha mai preso decisioni contro altri appartenenti all’équipe – rivela Chierici, la quale in un altro passaggio ricostruisce come Anghinolfi «abbia valorizzato la mia attività, il lavoro educativo. La collaborazione è stata buona e quando qualcosa non andava, c’era modo di parlarne».

Chierici ricorda inoltre come Anghinolfi sia stata accolta in modo positivo al suo arrivo e ha ricordato come dal 2015 sia stato riorganizzato il servizio di educativa: «Si registrò un cambiamento, perché da domiciliare diventò territoriale: ha voluto dire non vedere assegnate singole situazioni ma ogni educatore aveva un’assegnazione di ore settimanali in affiancamento ai servizi sociali. È stato istituito un gruppo che si occupava delle situazioni complesse che venivano discusse da una équipe di assistenti sociali, psicologi... Ero presente anche io per attuare eventuali interventi educativi».

Viene rilevato, inoltre, dalla testimonianza come con il passaggio all’educativa territoriale, fosse più opportuno «incontrare i ragazzi in piccoli gruppi. Da queste piccole esperienze territoriali è nata l’idea di organizzare d luoghi dove i ragazzi potessero essere accolti dall’ora di pranzo fino a circa alle 18.30».

Da queste piccole esperienze si è passati al progetto App che potesse servire tutta la Val d’Enza. Vennero organizzati incontri che coinvolsero anche i genitori per renderli partecipi.

È stato ricordato, inoltre, come in quegli anni si lavorò per costruire un’alleanza con la scuola. Ed è stata analizzata la condivisione dei singoli casi, che veniva condivisa tra assistenti sociali ed educatori territoriali, con un contatto costante che prevedeva «momenti di solitaria, ma era anche un lavoro di équipe», puntualizza Chierici. Che ricorda come il lavoro di educatore implicasse anche minacce o intimidazioni da parte di nuclei familiari, parlando di un’occasione in cui «un’educatrice che si trovò persone sotto casa e si era sentita in pericolo».

Nel corso dell’udienza sono stati nominati periti con il compito di trascrivere le intercettazioni. l


 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google