Gazzetta di Reggio

Reggio

La sentenza in primo grado

Tentò di far ritrattare il pentito, avvocato condannato a due anni

Ambra Prati
Tentò di far ritrattare il pentito, avvocato condannato a due anni

Reggio Emilia, Antonio Piccolo è stato ritenuto colpevole della tentata intimidazione

3 MINUTI DI LETTURA





Reggio Emilia Assolto con formula piena dal reato di rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio (il fatto non sussiste), condannato per l’altra imputazione – riqualificata però da intralcio alla giustizia al reato di induzione a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria in forma tentata – a due anni, più la pena accessoria dell’interdizione alla professione forense per lo stesso periodo. Tuttavia, per effetto della condizionale della pena, anche la sospensione dalla professione non sarà esecutiva e rimarrà sulla carta, salvo impugnazione della Procura.

Questo il risultato della lunga udienza – durata oltre tre ore – del “caso” Piccolo, rimbalzato da Reggio Emilia alle cronache nazionali: l’avvocato Antonio Piccolo, 68 anni, incensurato legale dei Grande Aracri di Brescello, finito dall’altra parte sulla sbarra degli imputati perché accusato durante un’udienza del processo Grimilde di aver intimidito il pentito Antonio Valerio. Quest’ultimo, videocollegato da una località protetta, ha assistito ieri da remoto al rito abbreviato: tramite il suo avvocato ha chiesto 350mila euro di risarcimento danni (dei quali 200mila euro di provvisionale), ma il gip Andrea Rat (uno dei giudici di Aemilia) ha concesso appena 10mila euro. L’accusa aveva chiesto una condanna a 3 anni e 6 mesi.

Il 4 luglio 2022, in tribunale a Reggio Emilia, mentre svolgeva il controesame del pentito Antonio Valerio protetto da un paravento, l’avvocato Piccolo lo incalzava chiedendogli quali fossero le sue generalità e se avesse cambiato cognome; nonostante la reiterata opposizione del pm della Dda Beatrice Ronchi, il legale insisteva. «Non sappiamo come si chiama oggi, io penso di saperlo però...».

Valerio, impaurito, a margine di quell’infuocata seduta si lamentava: «Minchia, che sicurezza che abbiamo qua! Allora, io sono terrorizzato. Mi viene la pelle d’oca, perché è chiaro i messaggi che mi state mandando». A marzo il pm Maria Rita Pantani otteneva il rinvio a giudizio dell’avvocato Piccolo per due ipotesi accusatorie: intralcio alla giustizia (la frase incriminata) e utilizzazione di segreti d’ufficio perché il legale «venendo illecitamente a conoscenza (da soggetto mai identificato) delle generalità di copertura del collaboratore di giustizia Antonio Valerio, se ne avvaleva nel corso dell’esame» a mo’ di arma impropria, «al fine di commettere il delitto precedente».

Nel processo di ieri hanno preso la parola prima il pm Pantani, che ha ripercorso i fatti (la seduta è stata registrata e trascritta per intero), poi ha ribadito la qualificazione giuridica. Il procuratore capo Calogero Gaetano Paci, particolarmente sensibile al tema mafia in virtù dell’esperienza in Sicilia e in Calabria, è intervenuto (con tanto di scorta) a dare man forte alla collega e a rimarcare l’importanza del caso: nel duro intervento si è talmente infervorato da urlare nel sottolineare «la gravità dei fatti» «mai accaduti in precedenza in un tribunale», censurando il comportamento dell’avvocato. «Dopo questo c’è solo il mitra», ha chiosato.

L’imputato Piccolo ha ribadito quella che è sempre stata la sua tesi: ha ammesso di aver ecceduto nei toni, ma ha negato con forza la finalità dell’intimidazione. Il suo avvocato Gabriele Bordoni di Bologna ha chiesto l’assoluzione. Infine l’avvocato di Antonio Valerio, rimasto spettatore, nell’avanzare la maxi richiesta di risarcimento danni ha sottolineato che dopo l’episodio il Servizio Centrale di Protezione era stato costretto a modificare il dispositivo di protezione del collaboratore di giustizia, principale accusatore dei maxi processi contro la ’ndrangheta emiliana. l

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google