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Il processo

Aemilia Bis: arriva il ribaltone

Ambra Prati
Aemilia Bis: arriva il ribaltone

La Corte d’Appello condanna i 5 imputati assolti in primo grado. Colpevoli di intestazione fittizia aggravata dall’agevolazione mafiosa

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Reggio Emilia In primo grado assolti con formula piena (per non aver commesso il fatto), in secondo grado condannati e con pene pure pesanti. Si è concluso con un vero e proprio ribaltone, ieri in Corte d’Appello a Bologna, il processo Aemilia bis a carico di cinque imputati: un imprenditore reggiano, il consulente fiscale, il padre, la madre e il fratello del pentito di Aemilia Giuseppe Giglio sono stati condannati a pene che vanno dai ai 3 anni e 10 mesi ai 4 anni per intestazione fittizia di beni aggravata dall’agevolazione mafiosa.

Una batosta. In quello che è uno un procedimento rivolo di Aemilia, il maxi processo contro la ’ndrangheta al nord, l’ha spuntata il pm Beatrice Ronchi, che ha sostenuto l’accusa insieme al procuratore generale reggente di Bologna Lucia Musti: i giudici della Prima Sezione Penale della Corte d’Appello hanno emesso condanne che sposano in toto le richieste dell’accusa.

Ad eccezione di Agostino Donato Clausi, il professionista di fiducia del pentito Giglio: il pm Ronchi, particolarmente severa con i colletti bianchi, aveva proposto la pena più elevata, 5 anni e 2 mesi. La condanna è stata inferiore: 3 anni e 10 mesi. Ma Clausi (l’unico degli imputati presente in aula) ha già espiato la condanna rimediata in Aemilia (in abbreviato 10 anni e 2 mesi): ora è libero e rischia così di tornare dietro le sbarre. Per gli altri la pena segue quanto richiesto dal pm della Dda: 4 anni a Mario Mazzotti (aveva quattro capi d’imputazione per altrettante società acquisite da Giglio), 3 anni e 2 mesi per Antonio Giglio (padre di Giuseppe, due società) e per il fratello Francesco (entrambi condannati a un’uguale pena in Aemilia), 2 anni e 8 mesi per la madre Gaetana Crugliano.

A quest’ultima non è stata applicata l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, scattata invece per i quattro uomini (Mazzotti, Clausi e i due Giglio).

Inoltre gli imputati sono stati condannati al risarcimento (da liquidarsi in separato giudizio) a favore delle parti civili costituite: Provincia di Reggio Emilia, Regione Emilia-Romagna e l’associazione Libera contro le mafie, nonché alla rifusione delle spese di costituzione e difesa sostenute dalle stesse parti civili in entrambi i gradi di giudizio (5mila euro ciascuno più Iva). Disposta la confisca di quattro società, oggetto del processo e già sequestrate tra il Reggiano e la Calabria: la Agro-Turist Giglio Snc, la Giglio Società Agricola, la Tmc Srl, la Cts Srl e la Service Srl.

I cinque imputati erano stati assolti il 20 novembre 2020 dal collegio giudicante di Reggio Emilia, presieduto da Giovanni Ghini (a latere Luca Ramponi e Chiara Alberti). Secondo i giudici reggiani sussisteva «un ragionevole dubbio» sul fatto che quei passaggi vorticosi di società avessero la finalità di agevolare la cosca ’ndranghetista emiliana marchiata Grande Aracri.

La Dda di Bologna ha impugnato la sentenza e nel corso del combattuto dibattimento ha portato come testimoni i pentiti Giuseppe Giglio (che si è rifiutato di rispondere, un suo diritto visto che gli imputati sono suoi congiunti), il pentito Antonio Valerio e il maresciallo dei carabinieri Emidio D’Agostino (investigatore a lungo sentito sia in Aemilia che nel primo grado di Aemilia bis). Nella lunga requisitoria di ieri, durata dalle 9.30 alle 15, il pm Ronchi ha ripercorso la vicenda, riferendosi alle sentenze pregresse (in primis Aemilia a Reggio e Camaleonte a Venezia) per supportare la tesi originaria: i trasferimenti fraudolenti di beni e ditte non erano finalizzati solo agli interessi di Giglio, “cassaforte” della cosca che tentava di mettersi al riparo dai sequestri, bensì erano funzionali agli affari collettivi del sodalizio. Gli avvocati difensori Franco Beretti di Reggio (per Mazzotti) e Fausto Bruzzese di Bologna (per i Giglio e Clausi) hanno invece sostenuto la correttezza del primo verdetto.

Nel tardo pomeriggio i giudici (presidente Luca Ghedini, a latere Laura Sola e Stefania Di Rienzo) sono usciti dalla camera di consiglio con un verdetto capovolto. l


 

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