Morte in slittino, nessun colpevole: per i familiari addio al risarcimento
È stato assolto con formula piena dall’accusa di omicidio colposo Siegfried Wolfsgruber, all’epoca dei fatti presidente della società Funivie Corno del Renon Spa, il gestore della pista dove morirono Renata Dyakowska, 38 anni, e la figlia Emili Formisano, 8 anni
Reggio Emilia Non colpevole. È stato assolto con formula piena dall’accusa di omicidio colposo Siegfried Wolfsgruber, all’epoca dei fatti presidente della società Funivie Corno del Renon Spa, il gestore della pista dove morirono Renata Dyakowska, 38 anni, e la figlia Emili Formisano, 8 anni. Un esito a sorpresa: resteranno senza risarcimento i familiari rimasti parte civile, cioè le tre sorelle di Renata, che puntavano su una condanna anche simbolica e su una provvisionale da 300mila euro ciascuna (per un totale di 900mila euro).
Si è concluso così, ieri in tribunale a Bolzano, un processo alquanto combattuto, che a Reggio Emilia aveva suscitato clamore per la scomparsa di madre e figlia (residenti a Masone) durante quella che doveva essere una breve e spensierata vacanza natalizia sulla neve. Il tragico incidente avvenne il 4 gennaio 2019 sulla pista da sci del “Lago nero” nel Corno del Renon, provincia di Bolzano, in Alto Adige. Renata ed Emili, rimaste sole mentre il papà Ciro Formisano (43 anni) e il figlio maggiore Emanuele (15 anni) le aspettavano a valle, si sedettero sullo slittino e imboccarono per sbaglio una pista nera riservata agli sciatori, prendendo subito velocità e andando a schiantarsi contro un albero. La piccola Emili morì all’istante, mentre la mamma, ricoverata in condizioni gravissime, non uscì più uscita dal coma e spirò dopo 40 giorni di agonia. Colpa delle carenze nella segnaletica dei cartelli (scritti in tedesco) e dell’assenza di barriere protettive, secondo i familiari delle due vittime; concorso di colpa da parte della madre che, pur essendo consapevole della pericolosità, volle accontentare la figlioletta, secondo i difensori dell’imputato (gli avvocati Paride D’Abbiero e Andreas Agethle).
Poco prima del processo il marito e il figlio maggiore, su consiglio dell’avvocato Liborio Cataliotti, hanno accettato l’offerta risarcitoria del gestore dell’impianto, sulla quale c’è un patto di riservatezza, e con l’accordo extragiudiziale sono usciti dal processo penale. Invece hanno rifiutato un accordo le tre sorelle di Renata, parti civili.
Dicevamo che il dibattimento ha avuto lunghe fasi, tra perizie e controperizie; l’accusa ha perfino chiesto l’archiviazione, non passata a causa dell’opposizione dei familiari.
Ieri in tribunale il pm ha chiesto una condanna a 10 mesi per l’imputato; richiesta cui si è associato l’avvocato Cataliotti, avanzando la proposta di provvisionale per la parte civile. Per sostenere l’ipotesi assolutoria i difensori dell’imputato hanno utilizzato, oltre alla perizia di parte, le affermazioni che il marito Ciro Formisano rilasciò in una intervista al Tg1. E soprattutto il racconto di tre testimoni, specialisti del Soccorso Alpino: i primi ad arrivare sul posto. Davanti a loro un disperato marito e padre esclamò rivolto alla moglie «Non scendere di lì!» e ancora «L’avevo detto di non scendere di lì perché troppo pericoloso». Secondo i difensori mamma Renata, consapevole del rischio, lo accettò. I giudici hanno evidentemente sposato questa tesi: assolto «perché il fatto non sussiste» il gestore dell’impianto. l
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
