Gazzetta di Reggio

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L’intervista della domenica

«Io, da ottant’anni innamorato della nostra Costituzione»

Adriano Arati
«Io, da ottant’anni innamorato della nostra Costituzione»

La vita di Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli uccisi dai fascisti. «E’ il momento che Giorgia Meloni tolga il simbolo della fiamma»

20 agosto 2023
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Ottanta vivacissimi anni per «un comunista innamorato della Costituzione». Ottant’anni celebrati con centinaia di persone, scalfiti dalla perdita di un amico e da un peacemaker che non lo fermerà comunque. Ha raggiunto il traguardo «in cui un tempo pensavo si diventasse vecchi» una delle figure più note dell’impegno politico reggiano e non solo, Adelmo Cervi. Figlio di Aldo, il terzo dei sette fratelli Cervi, la guida politica del gruppo, fucilato assieme ai sei fratelli e a Quarto Camurri il 28 dicembre 1943, quando Adelmo aveva pochi mesi. Rimasto con la mamma Verina Castagnetti e con il resto della famiglia, ha sempre portato avanti la memoria del padre e dei Cervi, girando vorticosamente l’Italia a piedi, in bicicletta, sempre con la sua maglietta rossa e i suoi pantaloncini corti, incurante di freddo e caldo. Presenza fissa a migliaia di eventi, dibattiti, presentazioni in cui non rinuncia mai a intervenire, ricordando i tempi della guerra ma prima ancora gli anni di piombo, vissuti in una Reggio in cui si mettevano le basi del terrorismo rosso, come ricorda spesso. Giovedì sera il suo compleanno ha radunato centinaia di persone a Carpi, al festival Alta intensità Antifascista 2023, dove si sono alternati i Gang (autori della bellissima “La pianura dei Sette Fratelli”), Alessio Lega e tanti musicisti non solo italiani. Adesso, guarda agli ottanta appena superati con la consueta sincerità, offrendo pareri in grado di scontentare a destra, soprattutto, ma pure a sinistra.

«È stato un buon compleanno, anche con qualche acciacco, ma durante la festa non li ho sentiti», racconta.

Ha toccato una bella soglia, no?

«Ottanta è la barriera a cui ho sempre pensato, prima si è giovani poi si è vecchi».

Ed è vero?

«In verità non l’ho vissuta così, con il calore di tanti che mi sono venuti a cercare, dei tanti che mi hanno mandato messaggi. C’è tanta gente che ancora mi vuole bene, sapevo già come mi avrebbero accolto e quanto mi fa piacere incontrarli».

Le aspettative sono state rispettate?

«Una giornata dedicata a me come quella di Carpi non mi era mai capitata, ho trovato calore, gente che ha voglie di fare cose buone. Non saranno la maggioranza ma ci sono, pensano che c’è ancora parecchio da fare, ci sono tante ingiustizie da togliere. E c’è da ricordare la gente che ha dato la vita per cambiare questo mondo di ingiustizie. E sanno che non c’è bisogno di star lì a piangere ma c’è bisogno di muoversi».

Temi che non cambiano mai?

«Mi ritengo fortunato, so che c’è tanta gente che sta peggio. E noi non dobbiamo piagnucolare ma dare solidarietà, dobbiamo stare vicino a chi sta peggio. E pensare che chi ha dato la vita per questo, come mio padre e tanti compagni, volevano vedere un mondo migliore».

È andato tutto bene?

«Quasi».

Cosa è successo?

«Avevo saputo della morte di un amico storico, Bruno Geti di Carpineti che ci ha abbandonato un po’ prima del tempo. Era una mezza istituzione con tutte sue attività solidali, se c’è uno che ha dato tanto quello era lui, quante camminate abbiamo fatto insieme».

Un’altra perdita da ricordare?

«C’era l’amicizia oltre alla politica, lo aggiungo all’elenco di persone care andate; mia moglie, la mia famiglia».

Sono sempre con lei?

«Quando vado a fare un giro al cimitero a Campegine scappo via perché sono più quelli che sono già lì che quelli ancora in giro per il paese».

Si torna alla sua storia, no?

«Penso ai tantissimi che hanno perso la vita, magari anche per sfortuna, rimasti coinvolti. I fratelli di mio papà, sono stati presi tutti insieme, anche se in tante azioni non c’erano, erano a lavorare i campi di famiglia. Mio papà era quello impegnato».

Era il riferimento?

«Lui lavorava con loro ma credeva prima di tutto nella politica, era una specie di Che Guevara, era lui che trascinava, voleva giustizia, credeva nel comunismo».

Un ideale arrivato a lei.

«Io sono un comunista innamorato della nostra Costituzione, ancora non siamo stati capaci di applicarla concretamente. Ma sono comunista per questi ideali, non per Stalin. Quando sono in giro chiedo chi è il primo responsabile del fallimento del comunismo. Mi rispondevano Togliatti».

Invece?

«Replico dicendo che bisogna andare più in alto. Ora c’è chi ci arriva, una volta non ci arrivava nessuno a dire che era Stalin il primo responsabile. Non voglio parificare nulla, anzi, sono stato malissimo quando il Parlamento europeo ha parificato comunismo e fascismo, ma dobbiamo ammettere che anche qui ci sono stati dei problemi».

Non sarà stato facile da accettare, per lei, giusto?

«Io credevo nel Sol dell’Avvenire, ma ho capito col tempo che il Sol dell’Avvenire non era la mia patria. E sono uno di quelli, eravamo in tanti e proprio non me ne vergogno, che quando c’erano le partite tra Italia e Unione Sovietica tifavo per l’Urss, per me quella era la nostra patria».

Poi?

«Poi ho capito che c’era qualcosa che non quadrava, che quando si usa la violenza non va mai bene, da nessuna parte, a meno che tu non sia costretto. E vale anche oggi».

A cosa pensa?

«Alla guerra in Ucraina. Non è possibile litigare e mandare in giro delle armi, si vanno a fare dei mucchi di morti. Da nessuna delle due parti muoiono i ricchi, ma muoiono dei ragazzi, come è sempre successo. Sono morti milioni di contadini e operai, non si parla di chi ha dato la vita per la patria, ma per la patria di chi?».

Rimaniamo alla politica. Negli ultimi anni in Italia la destra ha trovato tanto consenso. Adelmo cosa ne pensa?

«Siamo passati da un miliardario alla destra. Sento spesso di discorsi sulla pacificazione degli anni. Ma cosa dobbiamo pacificare con gente che ha riempito le strade di morti, col fascismo che ha dato dolore per vent’anni».

Pensa al passato o a oggi?

«Al passato. Non dico mai che la Meloni è una bestia, figuriamoci. Dico che ha idee che non mi convincono, che mi piacerebbe si togliesse dal simbolo la fiamma, perché sappiamo bene cosa vuole dire, ma i despoti sono altri».

Prima ha citato Berlusconi. Pensieri post mortem?

«Se penso a Hitler o Mussolini, non credo che la pietà sia uguale per tutti, dico sempre che se fossero morti quando sono nati avremmo avuto meno vittime dopo, non mi vergogno, è quello è penso. Per Berlusconi, ho pianto all’idea dei funerali di Stato, quello sì».

La paura di dare pareri forti non è sua. In tutto questo, cosa rimane?

«L’antifascismo. Diciamo che siamo tutti antifascisti, ma ricordiamoci che dobbiamo essere anche e soprattutto anticapitalisti».

Si torna alle basi?

«Il fascismo è il braccio armato del capitalismo, il problema è questo, non tanto quei ragazzi che vanno in giro a disegnare una svastica senza sapere cosa stanno facendo. Giro tanto nelle scuole, percepisco come non ci sia conoscenza su quello che è successo, su cosa è stato il fascismo, sui morti provocati ancora prima di andare al potere, non solo nella fase finale della guerra». l

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