Io, nell’inferno di Marrakech
L’architetto reggiano Valentina Iori da 11 anni vive in Marocco con marito e due figli «Dal quinto piano siamo corsi giù: dai villaggi delle campagne notizie di morti e feriti»
Reggio Emilia «Abitiamo al quinto piano di un palazzo nel quartiere europeo di Marrakech. A circa settanta chilometri dall’epicentro. Il terremoto lo abbiamo sentito molto forte: ero sveglia con mia figlia; mio marito e il piccolino dormivano già. Siamo usciti di casa rapidamente: in strada era già accorsa tanta altra gente, cercavamo di stare il più lontano possibile dai palazzi...».
Valentina Iori abita in Marocco da 11 anni. Originaria di Reggio Emilia, ha 36 anni ed è architetto paesaggista. Nel Paese nordafricano ci è arrivata per lavoro, poi ha scelto di costruire qui la sua vita, quando ha conosciuto Othmane, oggi suo marito. La coppia ha due figli piccoli, di tre anni e mezzo e un anno. Marrakech è la città più grande vicino all’epicentro del terremoto di magnitudo 6.8 registrato a una profondità di 10 chilometri, che ha provocato centinaia di morti e distruzione: più di mille secondo le ultime stime, un numero che rischia di aumentare. «I problemi grossi ci sono stati nelle campagne a Sud di Marrakech – racconta –. I villaggi hanno avuto danni gravi, perché lì le case sono costruite a mano, con i mezzi che hanno. Ci sono stati molti crolli, morti e feriti. Ci sono difficoltà di collegamento sulla route de l’Ourika e la route de Amizmiz, che sono le principali strade».
Come è la situazione invece a Marrakech?
«In prossimità della nostra casa è crollato un muro in fondo alla strada. Quando siamo usciti di casa, abbiamo visto un grosso polverone. Nel mio palazzo è caduto il vetro di una finestra delle scale, ma di danni effettivi non ce ne sono stati. I danni veri sono alla Medina, il centro storico della città. Sono caduti una parte di un minareto e alcuni riad, che sono gli edifici più vecchi. Come accade anche nei nostri centri storici durante i terremoti: non sono costruiti secondo le norme antisismiche. Le mura della Medina sono danneggiate: molte persone che abitano lì si sono accampate negli spazi verdi per non tornare in casa».
Voi avete già potuto fare rientro in casa?
«Mio marito è rientrato qualche minuto dopo la scossa per recuperare le cose essenziali, come passaporti e telefonini. Poi abbiamo ascoltato le indicazioni delle autorità locali di dormire fuori. La maggior parte della popolazione come noi è rimasta in piazze, strade, prati. Noi siamo stati vicino alla casa dei miei suoceri dove c’è uno spiazzo grande. C’erano tante persone con tappeti e coperte».
Qual è lo stato d’animo?
«Rispetto agli altri della mia famiglia, ero la meno agitata. Mi sono tornate in mente le prove di evacuazione fatte a scuola a Reggio da piccola e il terremoto che sentii all’epoca. Ho cercato di mantenere la calma, di aiutare gli altri. Mio marito era molto agitato. Qui il ricordo del terremoto di Agadir del 1960, che rase al suolo tutta la città, è ancora molto vivo. Ma era un terremoto meno forte di quello di venerdì».
Avete parenti o conoscenti nelle zone più duramente colpite?
«Alcuni famigliari di mio marito hanno avuto notizia di conoscenti morti nel villaggi delle campagne. I contatti tra città e campagna ci sono perché tanti insegnanti vanno a lavorare nelle scuole delle campagne. La sensazione è che siano state colpite le fasce più deboli, i villaggi hanno mezzi più limitati».
Questa mattina (ieri per chi legge) come è la situazione in città?
«Le scosse sono continuate, percepite soprattutto dai sistemi di rilevazione. Io personalmente non le ho più sentite. La situazione qui è più tranquilla, la città non si è fermata. Io avevo appuntamenti di lavoro che non sono saltati. Dormiremo a casa stanotte. Ho visto passare mezzi dell’esercito diretti nelle zone dell’epicentro per aiutare le persone rimaste sotto le macerie. Tanti amici e parenti dall’Italia ci hanno chiamato per sapere come stavamo ».l
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