«Nella vicenda di Giulia rivedo la mia Jessica»
Violenza sulle donne: Giuliana Reggio, madre di Jessica Filianti, sull’uccisione di Giulia Cecchettin. «Ragazze non fate le crocerossine: chiudete e non accettate incontri dell’ultima volta»
Reggio Emilia «Ragazze se lo avete lasciato, non andate all’ultimo appuntamento perché temete che lui si suicidi, come è successo a Giulia. Non siate crocerossine: non fatevi sopraffare dal senso di colpa, siate decise nel chiudere le relazioni malate. E se davvero volete vederlo l’ultima volta fatevi accompagnare». Mentre a Padova si prepara per martedì il funerale di Giulia Cecchettin, la 22enne sequestrata e ammazzata dall’ex, Giuliana Reggio, la mamma di Jessica Filianti, rivolge un pensiero all’ennesima vittima di femminicidio. Da quando la sua Jessica è stata uccisa a soli 17 anni nel 1996 dall’ex fidanzatino dopo una “storia” durata cinque mesi, Giuliana è diventata una testimone infaticabile della battaglia contro la violenza sulle donne, sempre in prima fila nelle fiaccolate e nelle iniziative di educazione. Nella giornata internazionale per eliminare la violenza contro le donne, il 25 novembre scorso, Giuliana ha ricevuto dalla Reggiana Calcio una targa in memoria di Jessica e ha partecipato a molteplici iniziative.
Cosa può fare, ciascuno di noi, per fare sì che non ci sia mai più una Giulia?
«Il caso Cecchettin mi ha fatto venire un’angoscia tremenda: non se ne può più di assistere a femminicidi così crudeli. Quello di mia figlia è stato uno dei primi casi in Italia: la parola femminicidio, nel 1996, nemmeno esisteva, del fenomeno non si parlava. Oggi c’è il Codice Rosso, sono appena state inasprite le aggravanti: credo che le leggi siano adeguate, anche se le pene effettive per i colpevoli spesso si sgonfiano».
Di Juana Cecicilia, mamma uccisa dall’ex stalker, si è ocupata la trasmissione “Amore criminale” su Rai3.
«Ho mandato un messaggio a Dina, madre di Cecilia, quando l’Appello ha aumentato la condanna per il reo: è un risultato raro, di solito in secondo grado scattano gli sconti».
La severità legislativa c’è. Cosa manca allora?
«Manca l’attenzione delle persone: parenti, amici, vicini di casa. Se sapessi che una donna viene picchiata al marito, io denuncerei: perché non lo fanno tutti? Mettiamo multe anche per chi sa e non fa nulla, per l’indifferenza che diventa complicità».
Eppure la violenza non diminuisce, anzi. Da cosa bisogna ripartire?
«Dalla famiglia. Il primo esempio viene sempre dai genitori. Chi ha figli maschi dovrebbe intercettare il disagio. Con mia figlia mi ero accorta che qualcosa non andava: lui la minacciava, insisteva per tornare insieme a lei, ero andata dai carabinieri. Purtroppo è andata com’è andata. Partiamo dalla famiglia e dalla scuola, per prevenire e per non arrivare troppo tardi. Perciò incontro spesso gli studenti: superiori, medie, anche quinta elementare, affinché le nuove generazioni siano diverse».
I ragazzini oggi sono più attenti alle battute sessiste?
«Senza dubbio c’è più attenzione, anche se seguo poco il dibattito sul linguaggio o sul patriarcato in Italia, appartenente invece ad altre culture. Mi concentro sui fatti. Vedo ragazzine in gamba, guerriere, forti. I maschietti sono più in difficoltà: forse anche perché, non avendo ricevuto dei no da piccoli, non sanno accettare i no delle donne da grandi».
Secondo lei si dubita delle denunce delle donne?
«Non esattamente. Piuttosto si sottovaluta, si pensa che la questione finisca senza sfociare nel dramma: perciò bisogna tenere altissima l’attenzione ai primi segnali di aggressione verbale, minacce, stalking. Se si accetta un comportamento scorretto sarà più facile trascendere».
Sugli uomini violenti definiti mostri?
«Non possiamo chiamarli uomini. Chi compie certe azioni non è un uomo».
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