«Insegnateci il risparmio se presto saremo precari»
Universitari e giovani lavoratori devono tutelarsi
Reggio Emilia Sempre più giovani puntano ad ottenere almeno una laurea di primo livello nella speranza di poter trovare un impiego ben retribuito alla fine del ciclo di studi. Tuttavia, leggendo i dati divulgati dall’ultimo rapporto di AlmaLaurea, consorzio universitario rappresentato da 80 atenei che opera dal 1994 come ente di ricerca, pubblicando ogni anno i tassi di occupazione degli studenti laureati e le rispettive retribuzioni a seconda della facoltà frequentata, è evidente che un ragionamento del genere non ha più nessun fondamento. Presupposto che a un anno dalla laurea una buona parte dei neolaureati trova lavoro (tra il 75% e il 77%), ciò che però continua a preoccupare sono gli stipendi medi, con cifre che oscillano tra 1.300 e i 1.400 euro netti al mese ad un anno dalla laurea e tra i 1.600 e i 1.700 euro netti a cinque anni dalla laurea. Le neolaureate, inoltre, a parità di requisiti guadagnano circa 70 euro in meno rispetto ai neolaureati. Riassumendo il report, i dati esposti lasciano spazio a parecchie perplessità. Spesso non si dà il giusto peso alla condizione di tutti quei ragazzi che, dopo aver studiato per anni, si ritrovano a fare un lavoro precario, a vivere ancora a casa dei genitori perché il proprio guadagno non permette loro di emanciparsi. E nel periodo dell’università? Ultimamente si parla anche molto del rincaro affitti e bollette, qualcosa che non riguarda più solo chi ha finito il ciclo di studi, ma che grava anche e soprattutto sulla condizione degli studenti fuorisede.
Ad esempio, quella di Giulia, studentessa di 18 anni residente in provincia di Reggio Emilia, è la visione disillusa di una maturanda che spera di poter sostenere la vita universitaria lontano da casa. «Sono sicura che non sarà facile per varie ragioni – ammette – a partire dalla difficoltà di trovare un lavoro con il quale potermi permettere almeno i beni primari. Poi ci sarà il problema dell’affitto. Le case sono molto costose, per fortuna so che potrò contare sull’aiuto economico da parte dei miei genitori, ma è impensabile che possano mantenermi completamente in un’altra città». «Per quanto riguarda il fatto di studiare e lavorare insieme non penso sia impossibile – prosegue – conosco tanti ragazzi che lo fanno o lo hanno fatto. È dura ma ci si può provare».
Sottinteso che la situazione dovrebbe seriamente essere presa in carico vista la consistente emigrazione degli studenti all’estero, viene spontaneo chiedersi quali potrebbero essere degli accorgimenti oggettivi da mettere in atto nell'ipotesi alquanto realistica in cui la situazione in Italia non migliori. Dal mio punto di vista, educazione al risparmio e fondi comuni. Per evitare che la maggior parte dei giovani, i quali spesso trovano impieghi temporanei e mal retribuiti nel periodo contemporaneo agli studi, si ritrovino a non potersi permettere i beni primari perché hanno amministrato male le proprie finanze, sarebbe opportuno formare i ragazzi insegnando loro come riuscire a risparmiare. In un senso più generale, il più delle volte è evidente come i ragazzi che si affacciano all’età adulta non siano del tutto consapevoli delle difficoltà che la vita al di fuori del nucleo familiare comporta dal punto di vista finanziario. E che le rinunce spesso sono essenziali per raggiungere l’indipendenza economica, quindi personale.
Infine, per alleggerire la difficoltà di una vita autonoma, che vede piombare i ragazzi nel circolo lavoro-studio, e favorire la socializzazione, sarebbe bene incoraggiare le aggregazioni studentesche, in quanto fungerebbero da ottimo canale all’interno del quale valori come la condivisione e la partecipazione possono tradursi anche sul piano dell’impiego del denaro, facilitandone l’amministrazione e riducendo in modo considerevole la possibilità del singolo di sprecarlo.
*Studentessa del liceo Moro
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