Scandiano, per sfuggire al padre padrone chiede aiuto al Telefono Azzurro
In tribunale l’audizione protetta della figlia all’epoca 16enne apostrofata con nomi da pornostar
Scandiano «Futura pornostar, Cicciolina». Così un padre apostrofava la figlia, all’epoca 16enne, la quale chiese aiuto di nascosto a Telefono Azzurro, riuscendo a sottrarsi al presunto padre padrone.
L’uomo, un 50enne di una famiglia borghese, è comparso in tribunale per rispondere dell’accusa di maltrattamenti in famiglia aggravati (dall’essere stati perpetrati su una minore).
La vicenda è accaduta a Scandiano nel periodo dalla primavera 2020 al 13 maggio 2021, in pieno lockdown. Secondo il quadro delineato dall’accusa il pm Valentina Salvi, il genitore – figura predominante della famiglia reggiana poiché la madre è affetta da una grave malattia – non solo sarebbe ricorso sistematicamente alle percosse (sferrandole calci, pugni e schiaffi, causandole anche una perdita temporanea dell’udito) e alle minacce («guarda che ti picchio», «ti ammazzo», «la prossima volta ti stacco la testa»), ma soprattutto avrebbe dimostrato una violenza psicologica finalizzata ad umiliare e ad annientare la personalità della figlia, che ricopriva di insulti e di offese anche sul rendimento scolastico («scema, non farai mai niente»). Il padre l’avrebbe tenuta chiusa in camera per intere giornate, impedendole di avere contatti con l’esterno e sottraendole per tre mesi il cellulare, in modo che lei non potesse accedere alle chat di Whatsapp. Nulla di sessuale, sia chiaro. Bensì una forma estrema di vessazioni psicologiche, possessività e mania di controllo che hanno reso la quotidianità un inferno la quotidianità della ragazza, che si ribellava. Tanto che la 16enne, di sua spontanea volontà, ha chiesto aiuto prima a Telefono Azzurro, poi ai Servizi sociali, esprimendo la volontà di non vivere più con il padre.
Dopo la querela, l’adolescente è stata trasferita in una comunità protetta, dove non sono mancati i problemi: essendo affidata ai Servizi, ma avendo i genitori mantenuto la potestà genitoriale, mamma e papà non davano l’assenso per contatti esterni. Nella comunità poi c’erano casi pesanti di infanzia violata. Eppure la ragazza ha preferito restare in completo isolamento per otto mesi, senza vedere né le amiche, né il fidanzato, e costretta a dover interrompere lo sport agonistico, pur di non tornare nella casa paterna; finché la situazione si è sbloccata. Ora il peggio è passato: la ragazza, tutelata dall’avvocato Cecilia Soliani e dall’avvocato Marta Rovacchi, come curatore speciale del minore, è maggiorenne, vive da sola e si è rifatta una vita a Parma.
Ieri in tribunale a Reggio Emilia la giovane, dietro un paravento, è stata protagonista di una lunga audizione protetta, seguita con attenzione dal collegio di giudici presieduto da Cristina Beretti (a latere Giovanni Ghini e Silvia Semprini). La ragazza ha ricordato il periodo in comunità e ha confermato le accuse nei confronti del padre, presente in aula e difeso dall’avvocato Nino Ruffini.
«Il mio assistito si dichiara assolutamente innocente: con la figlia si è sempre comportato nei limiti della potestà educativa. Di contro, l’atteggiamento ribelle e ingiustamente conflittuale della figlia sono alla base di questo processo – ha detto Ruffini –. Siamo convinti di poter dimostrare la verità dei fatti e confidiamo nell’assoluzione». L’avvocato Marta Rovacchi ha voluto elogiare «il coraggio della ragazza e il buon lavoro della comunità e dei Servizi sociali».
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