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Reggio Emilia, rompe le costole alla mamma. Figlio 38enne rinviato a giudizio

Ambra Prati
Reggio Emilia, rompe le costole alla mamma. Figlio 38enne rinviato a giudizio

La 73enne imprenditrice lo accusa di violenze protratte per anni

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Reggio Emilia I casi di maltrattamenti in famiglia sono sempre più frequenti, ma raramente accade che il soggetto violento sia il figlio. E altrettanto raramente accade che la violenza sia agita nei confronti della donna che lo ha partorito. Tant’è che questa terribile vicenda è emersa solo quando, dopo l’ennesimo pestaggio, la madre di 73 anni è finita all’ospedale con le costole rotte: e i medici del pronto soccorso hanno constatato la presenza di altre fratture pregresse, facendo partire la segnalazione alla polizia. Ora il figlio 38enne è stato rinviato a giudizio per i reati di maltrattamenti in famiglia e lesioni personali.

I protagonisti di questa storia sono reggiani doc: una famiglia benestante di imprenditori, con figlio unico e un’avviata azienda – ereditata dalla madre – dal respiro internazionale. Il 13 ottobre dell’anno scorso la 73enne si presenta in autonomia al pronto soccorso dell’ospedale Santa Maria Nuova: ha fratture costali multiple bilaterali, giudicate guaribili in 25 giorni. Davanti alle domande dei medici su come si sia procurata quelle fratture la donna appare reticente; gli esami fanno emergere altri segni di percosse, perciò i dottori, ipotizzando un caso da Codice Rosso, fanno partire l’alert. La 73enne, convocata in questura, dopo un’iniziale esitazione vuota il sacco e racconta una storia incredibile risalente al 2018. A picchiarla non è il marito, imprenditore stimato, bensì il figlio.

Secondo quanto riferisce la madre nella querela il 38enne la sottopone con cadenza quotidiana a umiliazioni sul luogo di lavoro, nell’azienda di cui è manager: alla presenza dei dipendenti, per qualsiasi presunto sbaglio, il figlio la mortifica con frasi offensive e svilenti del tipo «dopo ti sistemo», «non capisci niente», «stupida, cretina». Alza le mani su di lei: violenze fisiche schiaffi al volto, strattoni, pugni alla schiena, calci alle gambe o prese violente del collo. Non solo.

La costringe a dormire in azienda, anziché a casa, e a subire danneggiamenti di diversi beni di proprietà dell’azienda: in preda all’ira le taglia le gomme dell’auto, le sottrae le chiavi di casa e della ditta, ostruisce la serratura dell’abitazione con il silicone, le rompe spesso il cellulare e distrugge mobilio e sanitari. Mette perfino un “AirTag”, ossia un localizzatore satellitare – poi trovato dagli inquirenti – sulla macchina della madre, per seguirne gli spostamenti. Fino alla goccia che fa traboccare il vaso dell’ottobre scorso, quando la pesta a suon di pugni e calci.

Da notare che dopo la querela la situazione è tutt’altro che migliorata: da un lato il figlio, che nega gli addebiti attribuendoli a una “lotta” per la guida dell’azienda, è stato licenziato e c’è una causa di lavoro in corso; dall’altro lato la madre è stata costretta ad andarsene di casa e – temendo per la propria incolumità – ad assoldare una guardia del corpo.

In tribunale il pm Isabella Chiesi ha sottolineato l’inaudità gravità dei fatti, che non sarebbe mai stati scoperti non fosse stato per quelle costole rotte. Gli abusi pregressi, tra l’altro, sono stati confermati da una consulenza della Procura. La 73enne, tutelata dall’avvocato Rosanna Beifiori, si è costituita parte civile e ha chiesto un risarcimento danni da 100mila euro. L’avvocato difensore dell’imputato, Ernesto D’Andrea, ha sottolineato che la complessità del caso necessita di un’istruttoria dibattimentale. Il gip Dario De Luca ha quindi deciso il rinvio a giudizio del 38enne. Il processo inizierà il 19 marzo prossimo, festa del papà.

«Il mio assistito nega con forza di aver mai usato violenza – dichiara D’Andrea –. Esistono dei video, che produrremo a giudizio e che dimostreranno il carattere predominante e autoritario della madre».

«Portare il tribunale un figlio è stata una scelta molto sofferta e lacerante per la mia assistita, che una nipote – dichiara Beifiori –. La provvisionale si giustifica con le spese che la donna ha dovuto sostenere. L’augurio è che la questione possa rientrare in una normalità al momento difficilmente immaginabile». 
 

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