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La testimonianza: «Zona stazione una zattera alla deriva. I bimbi non possono crescere bene qui»

Serena Arbizzi
La testimonianza: «Zona stazione una zattera alla deriva. I bimbi non possono crescere bene qui»

Reggio Emilia, il grido di dolore del professor Paolella ritornato dal Canada nella casa di famiglia in via Ceva. «Amo il mio quartiere ma penso di lasciarlo. Qui non ci sono idee»

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Reggio Emilia «Amo Reggio, amo la mia città e ho voluto far conoscere i nipoti ai nonni da vicino. Ho un passaporto canadese che posso sempre riutilizzare ma ho deciso di tenermelo da parte per qualche tempo. I reggiani si lamentano di tutto senza poter più riconoscere la bellezza della propria città, senza immaginare un futuro, senza capire che la qualità della vita qui potrebbe essere veramente la migliore del mondo ma ci vogliono progetti e amministratori lungimiranti».

L’appello

È un appello scritto con il cuore in mano e al tempo stesso un grido di dolore quello scritto dal professor Andrea Paolella, docente del dipartimento di Chimica di Unimore, che ha scelto di ritornare alle origini, facendo crescere i suoi tre bambini - un quarto è in arrivo - nella casa della sua famiglia, precisamente in via Ceva, zona stazione.

Paolella ha 39 anni e ha vissuto all’estero per 10 (nove in Canada e uno in Austria): è tornato tre mesi fa a Reggio Emilia, dopo aver vinto il concorso come professore associato in chimica. «Abitiamo in quella che era la mia casa d’ infanzia, un appartamento al terzo piano di via Umberto Ceva 8 – scrive il docente –. Mia mamma è nata in questa casa. I miei nonni hanno comprato quell’appartamento ancor prima che venisse costruito nel 1954. È bello per me pensare che quattro generazioni della mia famiglia hanno vissuto questi muri. E sto pensando di lasciarli perché non credo che il mio quartiere, che amo tanto, sia un posto dove i bambini possano crescere bene. Davanti al distributore dell’Eni, sotto casa, è facile trovare dei tossicodipendenti, i quali, nascosti all’ombra del grande pino, passano le ore indisturbati. Nei giorni di pioggia o di freddo, alcuni poi cercano rifugio nelle cantine del palazzo ed è garantito lo spavento quando si scendono le scale e si incontra uno di questi, senza denti, che fumando crack nella penombra dice: “Tranquillo amico non chiamare Police, vado via subito”. Io invece la Polizia l’ho chiamata sempre e ringrazio la questura per avermi ascoltato e almeno garantito un po’ di sicurezza nel mio palazzo. Il mio povero vicino di casa che ha perso una gamba per il diabete staziona ogni giorno davanti alle scale di via Ceva 1 ed è testimone di un grande via vai di giovani consumatori minorenni (di ottime famiglie reggiane) che comprano marijuana negli androni dei palazzi. Via Tondelli non è certo meglio: altri tossicodipendenti si nascondono tra le macchine parcheggiate, spesso iniziano dei litigi con bottiglie che volano e qualcuno con un monopattino scappa. I portici di viale IV Novembre sono bui anche nelle giornate di forte sole».

Via Eritrae

Lungo via Eritrea la situazione non è migliore. «Non si riesce a camminare: gruppi di tossici e spacciatori sono sempre davanti a un bar e un alimentari – continua Paolella –. I clienti parcheggiano pochi minuti e si fanno lanciare le dosi dai finestrini. Le risse sono quotidiane: questo triangolo delimitato tra viale Piave, via Eritrea e viale IV Novembre sembra senza legge. La notte poi è solo un via vai di fantasmi incappucciati con delle lattine in mano. La mattina, invece che da un gallo, si è svegliati dalle urla. Non è una percezione questo senso di insicurezza, è la realtà di chi vive qui. I bar della zona stazione sono gli unici senza tavolini fuori per evitare assembramenti pericolosi o sedie volare. Si trova anche lì una fauna variegata di giovani che gioca alle macchinette ed esce a fumare, rientra per giocare ed esce ancora a fumare, in un circolo vizioso che dura ore. Finché anche in quel caso, dei giovani non finiscono per litigare. Non è questo il quartiere che ricordo. Non è questa la tristezza che ricordo».

Questione di idee

«Io ho vissuto in Canada nove anni, sono diventato canadese e sono aperto alle altre culture – riprende il docente universitario –. Come scienziato ho lavorato con decine di nazionalità diverse. L’ unico modo per fare coesione è avere progetti, avere un’ idea di futuro, sapere dove si sta andando. Non è solo un problema di ordine pubblico: certamente una presenza fissa di polizia ed esercito servirebbe a disincentivare le possibili risse quotidiane nelle nostre strade. Qui non ci sono idee, nessuno sa dove ci stiamo muovendo. L’Italia è sempre e solo guidata da amministratori delle emergenze, che pensano all’oggi o a monetizzare un piccolo consenso domani. Davanti ad un terremoto siamo i migliori al mondo a fare tendopoli, ma i peggiori a ricostruire. Il dopodomani è un miraggio, quasi un lusso».

Quartiere come una zattera

«Il quartiere sembra una zattera alla deriva senza comandi, trasportata dal vento e dalle scuse banali del tipo: è colpa del mondo che cambia – aggiunge il professore –. Io penso che a problemi difficili si debbano trovare delle idee creative. Come prima cosa bisognerebbe trasformare l’intero quartiere in una cittadella universitaria, comprando un poco alla volta le case all’asta e dandole in mano agli studenti. Dai giovani non può che uscire qualcosa di buono. Bisogna che l’amministrazione e la Regione per prime trovino un progetto vero per questa parte di città. Investire sui giovani studenti sarebbe già una buona prima mossa. Si potrebbero avere centinaia di posti letto che vorrebbe dire portare un po’ di speranza. I negozi in questo quartiere hanno diverse vetrine rotte, basti pensare all’alimentari da via Eritrea che da mesi espone un vetro rotto. Bisognerebbe cercare di spingere la riqualificazione di caseggiati abbandonati lungo viale IV Novembre e incentivare investimenti di privati. Io creerei la Chinatown: a Montreal, dove ho abitato nove anni, la Chinatown era meta turistica, si trova in un quartiere che scende dal plateau lungo Boulevard Saint Urbain verso il grande fiume San Lorenzo. Basterebbe lavorare con la comunità cinese che è già nel quartiere e abbellirlo ad hoc. A proposito di edilizia popolare, io farei fare un giro ai nostri amministratori a Vienna: io ho abitato a Floridsdorf, in un quartiere che si trova al di là del Danubio, che ospitava il mio istituto di ricerca: l’ Austrian Institute of Technology. Tutte le case popolari sono impeccabili e il tasso di immigrazione in quel distretto è altissimo. Non è certo un quartiere ricco ma è civile. In cosa sbagliamo? Esiste in Austria un controllo capillare di ogni casa, esistono dei registri che non si possono aggirare. Esiste soprattutto un piano: chi va ad abitare in Austria, dopo due anni ha diritto ad entrare in una casa popolare secondo il GemaindeWohnung a degli affitti molto accessibili. Accogliere migliaia di persone senza creare delle prospettive e concentrarle in tre strade non è multiculturalismo: è una resa, è non credere nel futuro. Centinaia di giovani forti e in salute sono attirati da attività poco pulite o dallo sfruttamento: ma è possibile perdere della gioventù così? Questo meccanismo è stato forse creato per mantenere abitabili altre zone di Reggio mentre un quartiere resta fuori controllo».  

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