Processo Saman, ultime battute al processo: per zio e cugini chiesti 26 anni anziché 30
Il giallo di Novellara, il procuratore nelle repliche: «Le difese esasperano il clima di tensione»
Novellara Nel processo di primo grado per l’omicidio di Saman Abbas sono arrivate le battute finali. Nell’udienza di ieri, c’è stato spazio per le repliche dell’accusa. Martedì, toccherà alle difese e alle spontanee dichiarazioni degli imputati – è data per certa solo quella di Shabbar Abbas, il padre della 18enne uccisa perché si è opposta a un matrimonio forzato – poi la Corte presieduta dalla giudice Cristina Beretti di ritirerà in Camera di consiglio per la sentenza. La richiesta di condanna è all’ergastolo per il padre e la madre, Nazia Shaheen, e proprio ieri è stata riformulata in aula per lo zio Danish Hasnain e i cugini Nomanlaq Nomanulhaq e Ikram Ijaz: 26 anni invece di 30.
Era stato l’avvocato Liborio Cataliotti, che difende lo zio, a far notare il calcolo sbagliato. Le repliche del procuratore Gaetano Calogero Paci è partita da una considerazione che testimonia come quello del processo sia diventato, nel corso dei mesi, il campo di un confronto a tratti anche duro tra le parti. «Ritenevamo di non doverle fare – ha detto Paci –. Abbiamo già ricostruito tutto quanto è emerso, che a nostro giudizio va valutato in un’ottica integrata, non certa frammentata e frammentaria.
Però alcuni passaggi delle difese mi hanno lasciato estremamente sorpreso, per non dire altro, esasperando ulteriormente il clima di inevitabile tensione, quasi fisiologico, in un procedimento come questo». Paci ha parlato di una «volontà di demolire chi questa ricostruzione l’ha proposta e fatta propria». Il procuratore capo non ci sta a quel «museo degli orrori» – così lo ha definito – che è stato descritto come l’opera investigativa della polizia giudiziaria e della Procura su questo caso. «Ci hanno detto, come minimo, che non sappiamo fare le indagini, che abbiamo violato sistematicamente i diritti della difesa, e in particola distrutto elementi di prova che dovevamo preservare e li abbiamo sottratti al patrimonio della Corte. Come dire: andate a fare un altro mestiere...».
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