Gazzetta di Reggio

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Omicidio Saman, ergastolo per i genitori e 14 anni allo zio. Assolti i cugini

Elisa Pederzoli e Jacopo Della Porta
Omicidio Saman, ergastolo per i genitori e 14 anni allo zio. Assolti i cugini

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Ore 18.20 La sindaca di Novellara, Elena Carletti, commenta a caldo la sentenza.

L’avvocato Luigi Scarcella, che rappresenta Nomanulhaq Nomanulhaq, cugino di Saman, commenta l’assoluzione del suo assistito.

 

Ore 18.10 La sentenza: ergastolo per i genitori di Saman, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, e 14 anni allo zio Danish Hasnain. Assolti i cugini Ikram Ijaz e Nomanulhaq Nomanulhaq: saranno immediatamente liberi. 

Ore 18.05 Video: la lettura della sentenza

Ore 13.10 La Corte si ritira in Camera di Consiglio per la sentenza.

Ore 13 “Al mattino del 1 maggio – racconta –  sono arrivati i ragazzi per lavorare. Ho chiesto a tutti e tre di ieri sera. Ho detto con mio fratello, tu stai in casa con Ali, loro vanno a lavorare. Tu stai con lui. Che noi andiamo via. Mia moglie e io quando siamo partiti, abbiamo caricato la mia valigia, siamo andati a Malpensa, poi in Pakistan. Il secondo giorno, il 2 maggio, siamo arrivati in Pakistan, verso le 4. C’era scalo a Dubai. Verso mezzogiorno e mezzo ho ricevuto un messaggio col nome di Saman c’era il suo nome. Diceva: papà io sto bene, dopo ti chiamo. Io ho scritto: ok”. “Ho chiesto con chi è andata Saman. Signori giudici, ci sono tante cose che mancano. Voglio anche capire io chi l’ha ammazzata, con chi andava quella notte. Chi è venuto a prenderla. Quando siamo andati in Pakistan, la famiglia di mia cognato aveva già saputo che era successo. Due giorni dopo, la famiglia di cugino (il promesso sposo) piangeva. Diceva: tu non sai  cosa è successo a Saman. Mi hanno detto che Saman è morta. Mia figlia non c’è più. E’ morta mia figlia. Noi sempre a casa mia piangiamo. Mia moglie ha perso la testa, non sta bene, non la sento da un anno e un mese. Ma lei sempre pensava a mia figlia. Ho sentito che siamo scappati via. Io facevo un programma di ammazzare mia figlia, non avrei lasciato qui mio figlio. Lo avrei portato via. E avrei ammazzato lei quando era in Pakistan. Tutte le prove sono false”. Dice che voleva tornare in Italia. “I parenti dicevano: Saman non torna più. Stai qua”.

"Mai nella mia figlia, mio nonno, mio papà e mamma: non sono mai state queste cose a casa mia. La mia colpa è che non sono tornato subito in Italia. Signori giudici ho parlato, ho rivelato tutto quello che c’era dentro. Sono davanti alla Corte sono così. Fate una giustizia come vuole”.  La deposizione è durata due ore.

Ore 12.45 Per Shabbar il 30 aprile tutto andava bene. “Non ho mai controllato che cosa fanno, cosa guardano sul telefono. Erano cose loro”. Dice che lei ha detto di voler andare via. “Le ho detto: è già mezzanotte, dove vuoi andare. Ho pensato che questo ragazza, Saqib, la sarebbe venuto a prendere. O manda qualcuno. Ho chiamato tante volte Danish. Questa è la mia colpa. E’ un errore. Io ho chiamato Danish. Gli ho detto che secondo me arrivava Saqib. Lei diceva che viene un’amica. Ho preso sua mamma. Siamo andati tutti e due fuori. Mia moglie ha detto: le parlo io. Le ha detto che non era ora di andare. Non volevamo che andasse via. Mia moglie ha parlato. Quando sono tornato dentro. Lei è andata in bagno. Lei uscita e ha detto: vado via. Mia moglie era arrabbiata. Lei ha detto: allora prima di te vado io. E’ andata verso le serre”. “Ho detto: Nazia torna indietro. Ho preso i piedi di Saman: non andare via. Mentre piangevo. Lei non voleva stare, ha cambiato i vestiti, ha preso lo zaino ed è andata fuori”. “Io sono uscito per dire: Saman vieni a casa. Lei non voleva tornare. Mia moglie andata avanti. Alì dice visto facce Danish, Noman, altri. Non lo so, Lui era dentro la sua camera, guardava il cellulare. Dice ero dentro la porta: è falso. Io quando è andata un po’ avanti, guardavo mia moglie, tornata mia moglie, noi siamo entrati in casa. Il mio sangue era fuori, il mio cuore, a mezzanotte è andata via: non stavo bene. Giravo dentro. Dopo sono andato ancora fuori. Sono andato a vedere fino dove ci sono le serre. Non ho visto niente. Sono tornato dentro. Ho sentito anche questo che non ho parlato con Danish. Ma non c’era niente. Ho pensato Saman è andata via. Ha detto bugie anche questa volta”. Nega che sia lo zaino quello che aveva in mano quando è rientrato, ha ribadito che erano indumenti della moglie che erano stesi. “Ma se guardo mia figlia morta la lascio e porto lo zaino per fare cosa? Avrei portato lo zaino per fare cosa?”. 

Ore 12.20 Sta durando da un’ora la testimonianza di Shabbar Abbas, padre di Saman. Parla di quando la figlia è tornata a casa, il 21 aprile 2021. “Eravamo tutti contenti. Sento tante cose false, che era rinchiusa. Invece no, scherzava col fratello, a volte litigava. Una volta Alì mi ha detto: non voglio perdere mia sorella. Signori giudici erano tutti contenti. Non volevamo perdere mia figlia”. 

"Io non ho mai pensato di uccidere Saman. E’ vero che io dicevo di picchiare. La verità la dico” dice ancora. “Il 29 aprile loro sono andati a lavorare, io con mia moglie a Suzzara a fare il tampone. Non è vero che hanno scavato la buca. Saman era a casa, Alì era a casa. Tutto era normale. Lei sapeva che noi andavamo in Pakistan. Nel pomeriggio nessuno è andato a lavorare, pioveva con vento forte. Un temporale forte. Io ero in carcere quando Bartoli ha detto che è un orario strano. Signori giudici ho lavorato sempre in campagna, nella sua campagna. Io non ho mai visto orario strano, io lavorato 18 ore, 15 ore. Quando c’è da fare, facciamo”. “Quando c’è vento, non guardo l’orario, quando viene vento o un temporale bisogna sempre controllare. Lo diceva Bartoli – va avanti – Loro sono andati tutti e tre”.  

Parla del 30 aprile 2021. “Ho detto che a Saman: domani noi andiamo in Pakistan. Dicono che è venuta per prendere passaporto, ma non l’ho tenuto mai”. “Mio figlio ha parlato così perchè servizi sociali e carabinieri gli hanno detto che senno va in carcere. E’ il mio pensiero. Lui se uno lo prende per mano, lo porta dove vuole. Il suo cuore non ha parlato, ha parlato solo a parole del suo avvocato, il servizio sociale, solo i carabinieri. Ha detto tutte le bugie, le hanno sentite tutti. Non ha detto la verità. Lui non sa la verità”.

Ore 11.20 Parla Shabbar Abbas, il padre di Saman. Inizia a dire che sono state dette cose false. Che non è ricco, che non è mafioso.  “La mia famiglia venuta nel 2016, i bambini dopo un mese, due mesi hanno cominciato ad andare a scuola, Saman sempre andava a scuola con suo fratello. Li portavo io”. “Lei mi ha chiesto come andare a scuola dopo, tu compri un'auto. Io ho detto che senza patente non si può. Allora ha detto io non voglio andare a scuola. Lei ha detto che vuole studiare in Pakistan”. “C’era un computer, usava con skype, parlava con gente. Diceva che studiava così. Non voglio dire bugie, qui ne ho sentito tante tante tante. Gli avvocati hanno detto che è meglio parlare”. “Una verità rimane alta, bugie rimangono giù. Sempre la verità viene fuori” ha detto ancora.

Sta parlando in italiano, seppure incerto. "La mia famiglia è finita per me, mia figlia è morta. Io dico tutta la verità. Saman sempre stava rinchiusa: no, non ho mai chiuso la mia famiglia. Mio figlio ha detto “mio papà picchiava, tirava fuori il coltello, nella mia vita non ho mai picchiato nessuno. Non ho mai picchiato mio figlio, o figlia, o nessuno altro. Ho sentito tante storie false. Mi sento molto male”. “Saman era forte, era molto intelligente, diceva anche bugie. Questa parola mi fa male – va avanti – Signori giudici nel 2019 siamo andati in Pakistan, mia moglie, Saman, io. Quando siamo andati in Pakistan qualche giorno dopo, mi ha chiamato mio cugino, mi ha detto Abbas io voglio tua figlia portare a casa mia. Non ci avevo mai pensato, lei era ancora una bambina. Ho detto che ci voglio pensare. Voglio parlare con mia moglie, mia figlia, con mio fratello e sorelle. Quindici giorni dopo Saman e mia moglie hanno parlato con me e hanno detto: va bene”. 

“Signori giudici, genitori non pensano mai male per i figli, anche io non ho mai pensato male per i miei figli, sempre volevo loro bene. Ho lavorato in campagna, dato da mangiare, mai andato a rubare. Io sono una persona povera, per quello sono venuto in Italia. Ho cominciato nel 2014/15, ho iniziato la mia casa e ancora non è finita. Non ci sono porte e finestre. Una persona ricca lo fa subito. Una persona mafiosa non viene in Italia a lavorare. Io ho sempre lavorato per la mia famiglia, i miei figli e mia moglie. Ho sempre messo avanti tutti, davo tutta alla mia famiglia”. Riguardo il matrimonio combinato dice: “Non è vero. Che è un matrimonio combinato. Lei era molto contenta. Andava a casa del cugino, mangiavano insieme, ridevano, scherzavano. Fino al 30 aprile li chiamava, parlava con sua mamma e lui. Dal cellulare di Alì, lo usava per parlare, anche quando era in comunità parlavano con loro”.  Racconta di aver comprato a Saman un tablet.
Racconta la fuga in Belgio. “Lei usava internet con il mio cellulare, con wi fi, piano piano su internet ha iniziato a parlare con questo ragazzo. Il 12 giugno 2020 è andata in Belgio”. A dirlo a Shabbar sarebbe stata la madre. “Ho preso la bici, sono andata a cercarla, non l’ho trovata. Sono tornato a casa, ho chiesto con Bartoli che fare, lui mi ha detto meglio chiamare i carabinieri. Li ho chiamati, mi hanno detto di andare a Novellara, in caserma. Lei ha portato via soldi, 8mila euro, ha portato via tutto. Anche oro, regalata dalla famiglia del cugino (quello promesso, ndr). Ho fatto denuncia, lei era minorenne. Avevo paura per lei”. “Una settimana dopo mi ha chiamato per dirmi che non stava bene lì. Ho fatto un biglietto per per tornare e andare: quando arrivi dopo parliamo. Ancora è una bambina, lei piangeva. Lei è stata circa 12 giorni. Mio fratello Fakar è andata a prenderla e l’ha portata a casa. Ho chiesto di non dirlo in Pakistan. Nella nostra cultura, dicono: Guarda sua figlia è scappa, questa è una brutta cosa. Per noi è una cosa molto brutta. Noi abbiamo fatto il giuramento sul Corano. Lei ha detto che non voleva più tornare in Belgio. Ha lasciato soldi e vestiti, solo l’oro ha portato indietro. Allora, ho voluto tornare dai carabinieri a dire che sono tornata”. “Qualche giorno, Saman ha detto che voleva tornare in Pakistan. Volevo 4 biglietti ma ne ho trovati solo 3. Alì, Saman e mia moglie sono tornati in Pakistan. Da là mia figlia mi ha chiamato per andarci e anche io sono ci sono andato”.

A settembre la famiglia è tornata in Italia. “Eravamo contenti, non c’erano problemi. Siamo tornati in Italia tutti e quattro. Quando mi ha chiamato il servizio sociale, non sapevo cosa era. Non c’ero mai stato. Mi ha detto che volevano parlare con me, con mia moglie e mia figlia. Dopo 14 giorni, mi hanno chiamato per andare. La prima volta sono andato io con Saman, hanno parlato loro. Mi ha detto: tutto bene, vai a casa. Altra volta, andati Alì, Saman e mia moglie. La terza volta Saman e Alì e mia moglie loro hanno preso da parte Saman. Ci hanno detto di andare a casa.  Poi mi ha chiamato mia figlia e mi ha detto che hanno preso Saman. Ho pensato perchè non andava a scuola”. Dice che non gli hanno mai detto perchè era stata portata via.

“In carcere non è vita bella – piange – mi dicono questo è un cane che ha ammazzato la figlia. Non ho mai pensato di ammazzare mia figlia. Una mamma e un padre mai ammazzano i figli. E’ il mio sangue, il mio cuore. ”. 

Parla anche di Saqib, il ragazzo di Saman. Dell’incontro con i genitori, in Pakistan, dice che erano d’accordo con lui e la sua famiglia. Invece Saqib aveva detto che erano arrivati, che era stata un blitz minaccioso tanto che aveva fatto denuncia. Shabbar invece dice: “Abbiamo parlato seduti. Ho detto che era meglio che si sposassero. Non si può fare queste foto  sui social. Siamo stati due o tre ore. Suo padre è lento, sua madre forte ha detto di no. Io ho detto che per noi questa cosa non va bene. Digli a tuo figlio che se non la vuole sposare, deve stare lontano. Lui fa foto, mette sui social, per noi questa cosa non è bella”.

“Quando ho visto queste foto, sui social, non sono piaciute. Erano tutti arrabbiati con Saqib. Lei era arrabbiata perchè io ero andato a casa sua e diceva, lui ora non vuole più parlare con me. Mia moglie le ha detto che è andato a parlare per dirgli di sposarti. Saman diceva: mio papà è ricco. Diceva tante cose che erano false. Lei diceva le bugie, lui con lei. E’ un amore, ho sentito dire da un avvocato, invece  questo non è un amore, non è una bella cosa”. 

Sul viaggio in Pakistan del 1 maggio 2021, dice di aver chiesto già il 15 aprile il biglietto. “Il negozio mi ha detto che mi avrebbe chiamato quando c’era un pezzo buono”. Dice per andare a trovare la sorella che non sta bene. Shabbar dice di aver ripetutamente chiamato i servizi sociali perchè la moglie piangeva, perchè stavano male. Dice di non aver mai saputo dove si trovasse la figlia. 

Ore 10.25 Prende la parola l’avvocato Luigi Scarcella, che difende il cugino Nomanulhaq Nomanulhaq. “Atteggiamenti di astio e di livore non mi sono mai appartenuti e mai mi apparterranno” ha esordito rivolto all’accusa e alle considerazioni del procurate Gaetano Calogero Paci la scorsa udienza. “Non ho descritto un “museo degli orrori”, mi sono limitato a evidenziare degli errori” ha aggiunto. Ricorda l’esito della perizia di Salsarola, l’archeologo forense, che nella sua perizia ha detto che è stata “distrutta la stratigrafia” a causa del primo scavo effettuato dagli inquirenti. Parla del sopralluogo del fratello a maggio 2021 a Novellara con i carabinieri, che secondo le difese ha condizionato la testimonianza del fratello. Per Scarcella, non è corretto parlare di fuga per Nomanulhaq perchè a Barcellona ha fatto richiesta di inclusione. 

Sul fatto che non sapessero, Saman e il fratello, del viaggio in programma per il Pakistan del 1 maggio, Scarcella dice: “Non ho dati oggettivi, non abbiamo rinvenuto dati oggettivi per dire “si lo sapevano”, ma nutro forti dubbi sul fatto che non lo sapessero. Che Saman non lo comunichi a Saqib rientra nelle normalità delle cose. Su Alì non riesco a credergli, per me è inevitabile vista la moltitudine di dichiarazioni che ha fatto. Un dato oggettivo c’è: Arfan  dice di aver consegnato il biglietto davanti a tutti”. Il suo intervento è durato 40 minuti.

Ore 10.10 Parla l’avvocata Mariagrazia Petrelli che difende il cugino Ikram Ijaz. Interviene sul tema delle pale, quelle che per l’accusa sono state usate per scavare la fossa dove è stata sepolta Saman. Quelle del famoso video, che immortalata i tre uomini – zio e cugini – andare nei campi, il 29 aprile 2021. Fa emergere le incongruenze nelle identificazioni delle pale tra quelle usate e quelle che sono ritenute compatibili, che sono state trovate nel casolare di Campagnola, dove vivevano i cugini. Petrelli parla anche della buca in cui è stato trovato il cadavere di Saman. “Stiamo parlando in un casolare abbandonato, in strada secondaria in aperta campagna, in un luogo che conosceva. Ma i fatti risalgono al periodo del lockdown, con circolazione notturna pressochè inesistente”. Non crede quindi alla preparazione precedente della fossa, per paura di essere scoperti. Quindi che ciò non proverebbe la premeditazione.  Il suo intervento è durato un quarto d’ora.

Ore 10   La difesa di Danish ha depositato una memoria. L’avvocato Cataliotti attacca la credibilità del fratello di Saman. E sostiene di non aver sposato nessuna ipotesi “perchè non so cosa sia successo quella notte e non lo sa nessuno degli addetti ai lavori”. “So che vi è una perizia che dice che l’omicidio può essere avvenuto anche da parte di una donna”. Secondo Cataliotti si è assistito alla “beatificazione” del fratello di Saman. Invece ritiene che la sua credibilità sia “0,0”.  L’intervento di Cataliotti è durato circa mezz’ora.

Ore 9.40 E’ iniziata alle 9.40 l’ultima udienza del processo per l’omicidio di Saman Abbass. In aula, ad assistere, ci sono media e giornalisti da tutta Italia. L’udienza inizia con le controrepliche delle difese. Come praticamente l’intera durata del processo, è presente la sindaca di Novellara Elena Carletti. Il Comune si è costituito parte civile. In tutto sono 11 le parti civili che si sono costituite. Il primo a prendere la parola  è l’avvocato Liborio Cataliotti, che difende lo zio Danish Hasnain. 

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