Gazzetta di Reggio

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L’inchiesta

Residenze fittizie in zona stazione: arrestato l’ex messo comunale

Ambra Prati
Residenze fittizie in zona stazione: arrestato l’ex messo comunale

Reggio Emilia: ai domiciliari il 60enne considerato al centro di un sistema di corruzione

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Reggio Emilia Da un lato un numero anomalo di stranieri, provenienti da ogni parte d’Italia, “fantasma”: avanzavano domanda di residenza in indirizzi del quartiere stazione per poi rendersi irreperibili subito dopo averla ottenuta. Dall’altro lato dei cittadini reggiani che, recatisi all’Anagrafe per ottenere lo stato di famiglia, scoprivano di avere da cinque a sette stranieri che risiedevano, a loro insaputa, nel loro appartamento. Altri residenti ancora ricevevano costantemente posta con nominativi di sconosciuti.

È anche da queste singolarità che è partita l’indagine sulle residenze fittizie in zona stazione, dietro alle quali si celava un giro d’affari corruttivo ai danni degli immigrati cui partecipavano stranieri e italiani: al centro c’era colui che avrebbe dovuto essere il controllore, cioè l’ex messo notificatore del Comune di Reggio Emilia.

Sono fondamentali, le residenze, perché occorre averne una per ottenere rapidamente il permesso di soggiorno o per rinnovarlo. Il sistema funzionava così: la residenza veniva autocertificata dagli stranieri, con la compiacenza di un pakistano (ora deceduto) che metteva a disposizione sulla carta i propri appartamenti (o quelli di titolari compiacenti); l’ex messo, anziché eseguire le verifiche, attestava il falso in cambio di soldi, vendendo di fatto la finta residenza indispensabile per l’agognato permesso di soggiorno.

Trentanove indagati, 192 capi d’imputazione, il sequestro di due immobili e di duemila euro in contanti. Il 60enne reggiano, ex dipendente, pubblico infedele, ora è agli arresti domiciliari per una sfilza di reati pesantissimi: corruzione, peculato, falso in atto pubblico e traffico di influenze illecite. Solo per le prime due accuse rischia una condanna a vent’anni.

L’indagine, durata due anni e coordinata nella fase finale dal procuratore della Repubblica Calogero Gaetano Paci, risale al periodo tra il 2018 e fine 2020, quando il messo notificatore è stato trasferito in Toscana. All’epoca si era in pieno periodo Covid, ma in zona stazione sembravano esserci movimenti vorticosi di stranieri, confermati dalla prima tranche della mappatura delle residenze – i controlli appartamento per appartamento – da parte della polizia locale, che subito dopo riprese l’immane compito. Proprio grazie al costante monitoraggio degli alloggi del quartiere – insieme alle anomalie emerse all’Anagrafe su appartamenti che parevano sovraffollati – il Comando di via Brigata Reggio ha aperto un’inchiesta, coordinata dal pm Marco Marano. Grazie a un paziente lavoro di confronto dei dati derivati dal monitoraggio dei residenti reali e incrociando le segnalazioni dell’Anagrafe di via Toschi, la polizia locale ha accertato che tutte le pratiche sospette erano riconducibili a un’unica persona: il messo notificatore, all’epoca 57enne, che firmava gli accertamenti anagrafici. Era l’unico incaricato del servizio: in città (a differenza che in provincia) una volta dichiarata la residenza spettava al messo uscire. Il pm Marco Marano ha autorizzato sul reggiano un’attività investigativa complessa: pedinamenti, intercettazioni telefoniche e l’installazione del Gps sull’auto del Comune da lui usata. Si è scoperto così che il reggiano e il pakistano lucravano sulla necessità degli immigrati di indicare un indirizzo per mettersi in regola, dividendosi i compiti e il compenso: il pakistano metteva a disposizione gli appartamenti (uno di quelli sequestrati era di sua proprietà), il messo avallava le residenze certificando una verifica mai avvenuta.

Ovviamente i due, incastrati dai numerosi dialoghi telefonici, si dividevano pure il compenso: dai mille ai duemila euro per ogni “pratica”, da dividere in due o in tre se c’era un altro proprietario compiacente (da qui la corruzione). L’ex pubblico ufficiale deve rispondere di peculato perché, quando prendeva l’auto di servizio dicendo di andare a fare i controlli, in realtà ne faceva un uso personale, come hanno indicato gli spostamenti tracciati dal Gps. Se per il pakistano la morte del reo ha estinto qualsiasi reato, occorre dire che i 39 indagati sono tutti stranieri: gli utilizzatori finali, che devono rispondere di corruzione (è perseguibile sia chi corrompe sia chi è corrotto), di falso in atto pubblico e di traffico d’influenze illecite (un delitto contro la pubblica amministrazione commesso da chi ne è estraneo). 


 

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