Fondo per le vittime del nazismo, da Reggio Emilia richieste milionarie
Otto i fascicoli che riuniscono una ventina di soldati internati e civili trucidati dai tedeschi
Reggio Emilia Sono otto le pratiche – per una ventina di morti, riuniti in base al luogo e alle circostanze del decesso – dei reggiani che potrebbero accedere al Fondo per le vittime del nazismo. Figli ma soprattutto nipoti, zii e cugini di soldati internati o di civili trucidati dai tedeschi che si stavano ritirando dopo l’8 settembre sono in pole position per quello che è il più recente ed economicamente promettente filone giudiziario di risarcimento per crimini di guerra rimasto dalla seconda guerra mondiale. Un cold case legale a 83 anni di distanza dai fatti. Una giustizia riparativa di certo tardiva, che potrebbe regalare ai nipoti di nonni mai conosciuti se non nei racconti di famiglia un tesoretto inatteso.
Il fondo
L’Italia pagherà al posto della Germania le pretese delle vittime italiane degli eccidi nazisti. La decisione era stata annunciata dal governo Draghi nel maggio 2022, ma l’esecutivo Meloni ha concretizzato nel luglio di quest’anno, dopo un lungo e tortuoso rimpallo di competenze, dalla Corte Internazionale di Giustizia fino alla pronuncia della Consulta che ha detto sì alla norma tramite la quale l’Italia ha reso indenne la Germania, sostituendosi ai tedeschi nel pagamento dei risarcimenti. Le risorse sono state stanziate con un decreto del ministero dell’Economia, disposto insieme ai ministeri degli Esteri e della Giustizia e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del primo luglio.
E il 23 dicembre scorso il governo ha annunciato la dote del Fondo: 61 milioni di euro fino al 2026, di cui 20 milioni per il 2023 e 13.655.467 per ciascuno degli anni dal 2024 al 2026.
Il Fondo istituito presso il ministero dell’Economia servirà «per il ristoro dei danni subiti dalle vittime dei crimini di guerra e contro l’umanità per la lesione dei diritti inviolabili della persona compiuti sul territorio italiano dalle forze del Terzo Reich nel periodo tra il primo settembre 1939 e l’8 maggio 1945, assicurando continuità all’Accordo tra la Repubblica italiana e la Repubblica Federale di Germania reso esecutivo con decreto del presidente della Repubblica il 14 aprile 1962». Il presidente della Repubblica dell’epoca, per inciso, era Giovanni Gronchi.
Chi riguarda
L’iniziativa giudiziaria riguarda il dramma della deportazione ai lavori forzati di migliaia di militari e civili italiani da parte dei nazisti. In particolare gli internati: soldati italiani che si trovarono allo sbando dopo l’annuncio dell’armistizio del maresciallo Pietro Badoglio. I nazisti, che si aspettavano il tradimento, avevano già pronto un piano: il cosiddetto piano Achse ordinava alla Wehrmacht di catturare e portare nei lager tutti i militari italiani. Molti furono uccisi seduta stante. I deportati (415mila nel Nord Italia, quasi la metà degli 800mila totali) non ebbero destino migliore: negli Stalag e negli Oflag (campi di prigionia rispettivamente per la truppa e gli ufficiali) Hitler non volle nemmeno riconoscere loro lo status di prigionieri di guerra (come per gli inglesi e i francesi) bensì li bollò come “internati militari italiani”, che passò alla storia con la più efficace denominazione “schiavi di Hitler”: forza lavoro (Hilfsarbeiter, braccianti) destinata a fare la fame nelle industrie belliche e alimentari tedesche, dove morirono come mosche in barba a qualsiasi regola. Crimini contro l’umanità che non cadono in prescrizione.
Le pratiche
Se è stato pensato per gli internati, in questo filone sono confluite anche le cause dei civili uccisi a bruciapelo dai nazisti in ritirata o durante i terribili rastrellamenti vicino alla linea Gotica. Occorre sottolineare che i discendenti diretti sono, nella maggior parte dei casi, deceduti e che le richieste risarcitorie – calcolate in base a complicate tabelle per età della vittima, convivenza, ruolo familiare – sono in capo ai discendenti, nipoti o cugini, in virtù della liberatoria firmata a suo tempo da padri e madri.
Tra le vittime reggiane figura Carlo Panciroli: il 30 giugno 1944 si trovava insieme a Fernando Guidetti e un terzo amico (tutti civili inermi, non appartenenti alla Resistenza) sulla strada provinciale 27, vicino alla trattoria Guidetti a Baiso, quando la colonna di nazisti di passaggio sparò a distanza trucidando Panciroli (finito, tra l’altro, nel monumento alle vittime civili di guerra 1940-45 costruito a Reggio Emilia nel 2009). L’istanza risarcitoria dei cinque nipoti ammonta a 637mila euro.
Finì in un campo di lavoro forzato per sette mesi il civile Aldo Fabbi, nato a Bibbiano nel 1920: per Fabbi, morto il 16 maggio 1988, al figlio spetta sulla carta un risarcimento di 170mila euro. Era un soldato Domenico Fontana, nato a Bibbiano: in uno stalag per 20 mesi, i due figli hanno diritto a 200mila euro. Finì nel lager 7 di Kahla il civile Dante Gilioli, nato il 24 novembre 1989 a Castelnovo Monti; per gli eredi del figlio proposti oltre 400mila euro. Apparteneva all’81esimo reggimento fanteria Agostino Pigoni, di Villa Minozzo, che a Kahla morì per deperimento; per i due figli oltre 400mila euro. Trovò la morte del bombardamento di Brackwede il soldato di frontiera Enrico Armando Casali, di Castelnovo Monti; danno stimato in 600mila euro.
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