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Gli immobili confiscati a Reggio Emilia sono 317, più del doppio rispetto al 2021

Serena Arbizzi
Gli immobili confiscati a Reggio Emilia sono 317, più del doppio rispetto al 2021

Il report di Libera “Mafia reggiana” traccia una mappa dei beni tolti ai clan «La sfida è quella di “sbloccarli” perché possano essere utilizzati per la società»

07 luglio 2024
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Reggio Emilia Sono 317 i beni confiscati in provincia di Reggio Emilia. Si tratta di un numero in crescita, dal momento che nel 2021, appena tre anni fa, erano meno della metà, cioè intorno ai 150.

Lo rivela un prezioso specchio della realtà come il report “Mafia reggiana”, curato dal coordinamento provinciale di Libera Reggio Emilia. Una cartina di tornasole importante per comprendere come viene concepito il fenomeno della criminalità organizzata da parte del territorio e della popolazione che vi risiede.

Non tutti i 317 beni confiscati (dato disponibile consultando il portale OpenRegio, gestito dalla Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati confiscati, Anbsc) non sono confiscati in modo definitivo, visto che per molti di essi sono pendenti ricorsi. La forte crescita nei numeri è dovuta soprattutto dopo il processo Aemilia e gli altri procedimenti giudiziari di mafia, come Grimilde e Aemilia 92.

Entrando nel dettaglio, la parte del leone la fa l capoluogo, Reggio Emilia, con 90 beni confiscati, ma anche Montecchio (73) e Brescello (57) presentano dati importanti.

Diverse sono le tipologie di questi beni, tra cui residenze di pregio in centro storico, appartamenti, ma anche abitazioni di campagna, talvolta da ristrutturare, altre volte conservati in uno stato di manutenzione ottimale. Libera fa notare come «la presenza di beni confiscati non sia soltanto indice di riciclaggio e di presenza nella nostra provincia, ma anche di vero e proprio insediamento. Si nota, infatti, come la presenza di beni confiscati sia maggiore in quei comuni che hanno visto una forte presenza di soggetti appartenenti alle cosche nel loro territorio: si pensi solo ai casi di Brescello (famiglia Grande Aracri), di Montecchio (famiglia Vertinelli) e Bibbiano (famiglia Sarcone)».

«Il loro riutilizzo vuole dimostrare che quanto è stato tolto alla società illegalmente viene valorizzato dalla parte sana dalla società e che è possibile creare lavoro e benessere senza ricorrere alla violenza», annota l’associazione.

Una grande sfida è quella di reimpiegare per un utilizzo sociale gli immobili confiscati. Dei 317 beni, infatti, solo i capannoni di Strada Breda Vignazzi a Brescello hanno conosciuto una nuova vita: sono stati affidati alla Protezione civile che ha depositato qui il materiale che si potrebbe rivelare utile in caso di alluvione. In precedenza, questi immobili erano della famiglia di Francesco Grande Aracri, condannato nel processo Grimilde e colpito dal provvedimento di sequestro e confisca già nel 2013, grazie al processo Edilpiovra.

Sbloccata anche la procedura relativa agli appartamenti di via Matteotti a Montecchio che avranno, a loro volta, un impiego sociale. Mentre si è di fronte a una impasse per quanto riguarda gli altri beni confiscati e, al riguardo, Libera sprona «a verificare se ci sia la possibilità di usare per scopi sociali e in via provvisoria, alcuni dei beni sequestrati alle mafie e oggi gestiti dagli amministratori giudiziari».

I beni confiscati nel territorio provinciale sono presenti in 15 comuni su 42 totali.

Il report “Mafia reggiana” si suddivide in tre capitoli. Uno dedicato al radicamento della ’ndrangheta nella provincia di Reggio Emilia tra silenzio, contesto, capitale mafioso ed affinità. Il secondo dedicato, appunto, alla mappatura degli immobili confiscati alla criminalità organizzata sul territorio. Capitolo completato da un allegato con numerosi dettagli relativi al territorio provinciale. Il terzo è incentrato sui risultati di un’indagine statistica finalizzata a indagare sul grado di consapevolezza del fenomeno mafioso nel Reggiano.

Libera Reggio Emilia ritiene utile la diffusione del contenuto del documento «per aver sentito importante il bisogno, soprattutto dei più giovani, di avere un testo che riassuma e analizzi il fenomeno del radicamento della mafia nel Reggiano, perché è necessario conoscere l'esatto numero dei beni e la loro collocazione per promuovere poi il loro riutilizzo sociale e infine perché vorremmo restituire alla cittadinanza i risultati dell’indagine statistica sul grado di consapevolezza della presenza mafiosa che abbiamo proposto nei mesi scorsi».

Il radicamento della ’ndrangheta a Reggio Emilia è stato possibile grazie a diversi fattori: un contesto socio-economico, di relazioni e politico istituzionale in parte favorevole; una sottovalutazione generalizzata del fenomeno mafioso; una vasta area grigia formata da affiliati alla criminalità organizzata, ma anche da appartenenti a vari settori delle professioni. Ancora, è stato possibile il radicamento, per «un comportamento silenzioso e non tradizionale tenuto dalla ’ndrangheta nel nuovo territorio fin dai primi anni del suo insediamento a Reggio Emilia, che ha previsto un utilizzo della violenza come extrema ratio mirata soprattutto all’intimidazione (una sorta di “silenzio violento”). Un capitale mafioso a disposizione della ‘ndrangheta impiegato sul territorio reggiano (non inteso solamente come capitale sociale oppure di interazioni e di reti sociali che la mafia è in grado di creare, ma altresì di capitale economico, culturale e simbolico mafioso, che rappresentano, nel loro insieme, il potere mafioso)». Tra i fattori che hanno aiutato il radicamento della ’ndrangheta vi è anche «l’affinità tra una parte dell’imprenditoria emiliana e il modello mafioso e, più in particolare, tra alcuni comportamenti tenuti dagli imprenditori emiliani (che giustificano il loro “bisogno di capitale mafioso”) e la criminalità organizzata, che hanno reso maggiormente possibili dei condizionamenti, delle accondiscendenze e addirittura delle contiguità con la ‘ndrangheta, invece che azioni di denuncia da parte del mondo imprenditoriale e della popolazione reggiana».