Gazzetta di Reggio

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La guerra commerciale

Dazi Usa, i timori delle imprese reggiane: «Così rischiamo gravi perdite»

Massimo Sesena
Dazi Usa, i timori delle imprese reggiane: «Così rischiamo gravi perdite»

Azio Sezzi, direttore della Cna mette in guardia anche da un altro aggravio: «Con il dollaro svalutato, di fatto il costo delle esportazioni arriva al 43%»

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Reggio Emilia Mai fare i conti senza l’oste, soprattutto se l’oste si chiama Donald Trump. Fino a quando il presidente degli Stati Uniti non ha messo nero su bianco - con una lettera indirizzata alla presidente della Commissione Ursula Von der Leyen - i suoi propositi protezionistici verso l’Europa, economisti, analisti e tutta la platea di addetti ai lavori, non poteva far altro che ragionare per ipotesi. E questo fatalmente divideva gli analisti tra coloro che erano propensi a fidarsi delle doti di mediatrice di Giorgia Meloni e coloro che invece vedevano un orizzonte pieno zeppo di problemi.

Ue come il Messico

Invero, non appena la lettera del tycoon è diventata pubblica con i dazi al 30%, misura che nei fatti accomuna l’Unione Europea al Messico (stesso trattamento per il paese confinante degli Usa), agli ottimisti non è rimasto altro che compulsare il calendario, per vedere quanti giorni di possibili trattative restano da qui al primo agosto, data fissata da Trump per l’entrata in vigore di questo che rischia di essere un muro davvero difficile da superare per l’economia europea, per quella nazionale e financo per quella reggiana. Che la mossa del presidente Usa, ancora una volta abbia spiazzato tutti, lo testimonia, ad esempio un osservatorio sempre puntuale come la Cgia di Mestre che proprio ieri mattina aveva diffuso l’ennesimo studio sui possibili effetti dei dazi di Trump sull’economia italiana. Arrivando alla conclusione che queste misure protezionistiche avrebbero colpito più duramente quelle realtà imprenditoriali - regionali e anche locali - che in questi anni non erano riuscite a diversificare la gamma delle loro esportazioni Oltre Oceano. Quella che è cambiata, nell’analisi dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, nel giro di poche ore, è l’entità di un danno teorico alla nostra economia: prima che uscisse la lettera del presidente Usa, il danno ipotizzato per il nostro export era stimato in 12 miliardi di euro. Dopo la lettera partita dallo Studio Ovale e diretta all’ufficio di Von Der Leyen, i miliardi che rischiano di andare in fumo per il sistema Italia sono diventati «una stangata da almeno 35 miliardi», per usare le parole dell’Ufficio studi. E a Reggio? Se dovessimo basarci esclusivamente sui numeri ci sarebbe di che essere seriamente preoccupati. E probabilmente è bene esserlo, vista l’entità dei dazi stabilita dal presidente degli Stati Uniti, un paese che per la nostra economia costituisce il terzo mercato dopo Germania e Francia. Una mole d’affari pesante, non v’è dubbio, che potrebbe avere ripercussioni assai negative in Emilia Romagna e nel nostro territorio. «Il dato di dazi al 30% - commenta il direttore della Cna reggiana, Azio Sezzi - è sicuramente un dato pesante per la nostra economia, così come per tutte le altre economie mondiali nel momento in cui gli Usa costituiscono una fetta importante di mercato.

Il dollaro, dazio mascherato

Anche perché la quota del 30% non tiene conto di un altro elemento pesantemente inflattivo dovuto a un fatto nuovo per quest’epoca che stiamo vivendo, ovvero la perdita di potere d’acquisto del dollaro. Se al 30% in più generato dai dazi, aggiungessimo il fardello nascosto di un dollaro svalutato, attorno al 13,5% ecco che l’entità complessiva dei costi aggiunti sarebbe per le imprese italiane, drammaticamente vicina al 50%. Prima che Trump sganciasse l’ennesima bomba del suo mandato presidenziale, gli analisti - e con loro la Cgia di Mestre - si interrogavano sul grado di tenuta delle imprese di casa nostra, arrivando all’assunto secondo cui più l’export verso gli Usa è diversificato, più l’impatto con i dazi trumpiani sarà sopportabile. E questo, come spiega bene la tabella che pubblichiamo qui sopra colloca le città dell’Emilia ai piani alti della classifica: Modena, terza alle spalle di Milano e Firenze e davanti a Bologna (quarta), Parma (decima) e Reggio Emilia, undicesima in graduatoria con un miliardo e mezzo di export nel 2024 in calo di 44 milioni rispetto al 2023.

«Con i dazi al 30% - è l’analisi a caldo di Azio Sezzi - cresce la platea di aziende che possono davvero incontrare difficoltà gravi. Non tanto quelle ad alto valore aggiunto come i prodotti dop dell’agroalimentare o i prodotti farmaceutici, quanto piuttosto la meccanica. E il problema rischia di essere particolarmente sentito per quelle realtà di piccole e medie dimensioni che si trovano a metà della catena produttiva e commerciale e che, in ragione di queste misure protezionistiche, sempre negative per il libero mercato, potrebbero pagare in misura sproporzionata il peso di questi aumenti». Un tema, questo, che riguarda proprio i comparti che più di tutti contraddistinguono il cuore delle esportazioni negli Usa. «Il tema della componentistica dei macchinari - spiega il direttore della Cna reggiana - è cruciale per la nostra economia, anche e soprattutto alla luce della contrazione dell’economia tedesca, a cui il nostro export si rivolge in prima battuta».

Ecco perché, come sottolineato anche a livello nazionale nei giorni scorsi, quando ancora non si conosceva la potenza della mazzata trumpiana, la Cna chiede all’Europa di darsi una mossa: «Ora che la parola è passata decisamente all’Europa, l’Unione dovrebbe far valere il valore del suo Pil, il 22% a livello mondiale, poco inferiore al 25% degli Usa. E mettere sulla bilancia anche l’incontrovertibile constatazione che dal piano di riarmo a guadagnarci saranno gioco forza le imprese a stelle e strisce. Bruxelles dovrebbe, nel contempo, impegnarsi a facilitare il commercio interno all’Europa».