«Viale Città di Cutro: cambiare quel nome perché esista una sola comunità, quella reggiana regolata dalla legge dello Stato democratico»
Francesco Maria Caruso, presidente del collegio di giudici di Aemilia: «Sostituire l’intestazione della via non significa considerare tutti i cutresi mafiosi, ma riconoscere che nello spirito comunitario che lega i cutresi si annida un vizio dell’anima che i mafiosi sanno sfruttare»
Cambiare quel nome perché esista una sola comunità, quella reggiana regolata dalla legge dello Stato democratico. Nei prossimi giorni il comitato di esperti che supporta la Consulta cittadina per la legalità consegnerà un articolato parere sulla proposta (De Miro) di cambiamento della denominazione toponomastica “Viale Città di Cutro” . Ho contribuito a quel lavoro collegiale ma qui esprimo un’opinione del tutto personale che impegna solo me stesso. Traggo ragioni politiche, storiche e culturali per il cambiamento della denominazione dal libro di Federica Cabras e Nando Dalla Chiesa, “Rosso Mafia. La ndrangheta a Reggio Emilia”. Un libro fondamentale, letto da pochi e comunque rimosso, come si faceva per i libri proibiti e maledetti. La tesi centrale è che il processo migratorio da Cutro è stato segnato dall’attivismo e dall’egemonia culturale esercitata sui compaesani dal clan mafioso.
I mafiosi accompagnarono la migrazione dei lavoratori cutresi, li sfruttarono e assoggettarono a condizioni di lavoro disumane, favorite dalla modalità di assunzione tramite mediatori di manodopera, alcuni dei quali, i più intraprendenti, divennero poi organici alla cosca. Si dice che il nome della strada inneggia alla laboriosità dei muratori cutresi che costruirono la città. Non è più così, se mai lo è stato. “Cutro” è il modo in cui i mafiosi reggiani chiamavano l’originaria locale di ndrangheta ma è soprattutto sinonimo del metodo attraverso il quale alcune decine di imprenditori mafiosi presero il comando di settori dell’economia reggiana per arricchire se stessi, assoggettando prima i lavoratori e gli imprenditori calabresi, poi alcuni reggiani, affascinati dalla spregiudicatezza ed efficienza dei metodi di arricchimento illecito. La ’ndrangheta a Reggio Emilia è altro dallo stereotipo della distinzione tra alcuni pochi mafiosi e una stragrande maggioranza di onesti lavoratori che hanno lavorato e costruito la città. È la storia di un modello mafioso, violento e intimidatorio, determinato a imporsi anzitutto sull’intera comunità dei cutresi, lavoratori e imprenditori che fossero. Questi ultimi sistematicamente costretti ad assecondare gli affiliati, scegliendoli come fornitori e subappaltatori, accettando che il mercato fosse regolato dai primi che stabilivano chi dovesse lavorare, a quali prezzi e a quali condizioni e secondo quali regole. Intorno a essi ha ruotato un’intera comunità. Ne è stata accettata l’esistenza e le direttive imposte anche per la capacità di distribuire briciole di ricchezza.
Per lunghi decenni le regole nella comunità cutrese sono state imposte con gli incendi, i danneggiamenti, i sabotaggi di chi sgarrava. A fronte dell’intimidazione, l’omertà assoluta. Reticenza e falsità il contributo processuale offerto dalle vittime dell’intimidazione mafiosa, praticata dai compaesani. Compaesanità significa assunzione di legami e di lealtà tra persone accomunate dall’origine territoriale. Una maggioranza assoluta di non mafiosi ma che con i mafiosi tuttavia condivide “una rete di reciprocità” e “sente di avere il dovere di osservarle”, come dimostra la vicenda degli imbarazzanti interventi che da anni dall’interno della comunità cutrese emergono per contenere, limitare, normalizzare e disinnescare l’azione di prevenzione delle prefetture sulle interdittive. Cosa porta i rappresentanti a invocare prudenza e limiti nell’adozione delle misure amministrative di prevenzione da parte dei Prefetti di Reggio Emilia? Che competenze hanno? Si pensa davvero, come dicono i mafiosi, che la prevenzione antimafia sia animata da pregiudizi razziali o dalla strumentalizzazione delle acquisizioni di Aemilia? Se così è, breve è il passo dal riproporre la tesi revisionistica del processo Aemilia come reazione politica all’affermazione dell’imprenditoria cutrese. Scrivono Cabras e Dalla Chiesa che dalla comunanza di vincoli, valori, fedeltà, sangue, consegue che «i parenti si aiutano, gli amici anche, i compaesani pure. Ancor di più i compaesani con cui si è in debito diretto o indiretto per averne ricevuto un lavoro per il proprio figlio o fratello, o un appartamento in cui sistemarsi al primo arrivo, o la soluzione di un problema burocratico o addirittura di un piccolo problema giudiziario. Impossibile negare loro un favore che non costi nulla. Anzi, che possa aiutare altri compaesani. Come negare il voto al candidato che promette che “farà lavorare le imprese calabresi ? E che integri magari questa promessa con una ispirata polemica contro chi pensi “che tutti i calabresi sono mafiosi”? Come negare il proprio appoggio, le proprie conoscenze, per fare ottenere a un compaesano un favore innocente, come lo ricevono tutti, una licenza, una casa popolare, una perizia accomodante, una promozione alla maturità, sapendo che questo suonerebbe tradimento verso lo spirito di appartenenza alla propria comunità?».
Sono questi i presupposti critici a base della proposta di sostituire l’intestazione della via. Non significa considerare tutti i cutresi mafiosi, ma riconoscere che nello spirito comunitario che lega i cutresi si annida un vizio dell’anima che i mafiosi sanno sfruttare e consente loro di operare e riprodursi, nel nome della “cutresità”, in assenza del riconoscimento che all’interno di quella comunità è nato e si è sviluppato il virus che le gravi inadempienze dello Stato hanno favorito. Ai cittadini cutresi onesti e consapevoli della necessità di eliminare la mafia da Reggio Emilia e da Cutro non serve disporre di un strada che ricorda le origini; serve una scelta libera di recidere radici intrecciate con quelle delle potenti famiglie mafiose che hanno colonizzato Reggio e di cui quel nome è, volenti o nolenti, l’emblema. Bisogna che i cutresi onesti per una volta parlino e pratichino l’antimafia con i fatti, si espongano, “tradiscano” la cutresità dietro cui si nascondono ancora oggi i mafiosi; che dicano che quel nome non li rappresenta perché è stato usurpato dalle ’ndrine che ne hanno fatto un elemento distintivo. La resistenza al cambiamento dirà molto sull’effettiva capacità della società reggiana di uscire dalla vicenda Aemilia; quell’opposizione ha un significato preciso: impedire di distinguere cosa è mafia da cosa non lo è, il contributo alla città dei cutresi perbene da quello dei mafiosi. Qui non si tratta di esortare alla denuncia. Se c’è intimidazione mafiosa non possono esserci denunce ma quanto meno un gesto simbolico si può e si deve esigere.
*presidente del collegio giudicante del maxi processo Aemilia © RIPRODUZIONE RISERVATA