Gazzetta di Reggio

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La lettera

Zona stazione, via Paradisi e il centro per persone fragili: «Inclusione sì, ma il disagio lo viviamo noi»

Marco Porta*
Zona stazione, via Paradisi e il centro per persone fragili: «Inclusione sì, ma il disagio lo viviamo noi»

L’intervento di un amministratore condominiale sull’apertura del presidio socio-sanitario: «Non siamo contrari all’aiuto, ma nessuno tutela coloro che vivono qui ogni giorno»

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Reggio Emilia In via Paradisi a Reggio Emilia è stato inaugurato il presidio socio-sanitario "Open Day", un servizio diurno dedicato alle persone fragili e a chi fa uso di sostanze stupefacenti. Lo gestisce la Cooperativa Papa Giovanni XXIII, con il supporto dell’Ausl e con il contributo finanziario del Comune. Si tratta - almeno nelle intenzioni - di un presidio pensato per "migliorare la vivibilità del quartiere" e "favorire l’inclusione sociale". Ma la realtà, quella vera, fatta di marciapiedi, campanelli, scale condominiali e notti insonni, racconta tutt’altro.

Quello che succede quotidianamente nei pressi di via Paradisi e via Sani è sotto gli occhi di tutti. Tranne, forse, di chi questo quartiere non lo abita, non lo vive, e non ci mette piede. Non bastava la cronica difficoltà della zona stazione, ora si è deciso - con un entusiasmo che rasenta l’ideologia - di concentrare ulteriormente situazioni di grave marginalità in uno stesso punto della città. Un punto, peraltro, già profondamente segnato da anni di trascuratezza, paura, abbandono. Si è pensato di "potenziare l’assistenza", ma nei fatti si è potenziato solo il disagio. Non si discute il valore dell’assistenza sanitaria e sociale. Nessuno qui mette in discussione l’importanza di offrire aiuto a chi si trova in difficoltà. Ma il quartiere non è una struttura neutra, non è un esperimento, non è un laboratorio sociologico. È un insieme di famiglie, lavoratori, anziani, bambini. È un tessuto urbano che già fatica a tenersi insieme. E che oggi è lasciato solo, ostaggio di buone intenzioni che si sono tradotte in pessime ricadute.

Nel nome del "Patto di Stazione" - e dell’ennesima sigla progettuale dall’aria salvifica - si sono moltiplicate le presenze di soggetti problematici, senza che nessuno si sia posto il problema della tenuta sociale. Bivacchi davanti ai portoni, risse tra sconosciuti, urla in pieno giorno e in piena notte, degrado crescente, presenza di persone visibilmente alterate negli spazi comuni. La cronaca quotidiana non la scrive chi firma i comunicati stampa, ma chi abita qui. E non è più disposta a tacere. Alcuni residenti, spinti dalla preoccupazione, hanno persino iniziato ad auto-organizzarsi in piccoli comitati informali. Una reazione civile, dignitosa, ma che suona anche come una sconfitta collettiva. Dove sono le istituzioni? Dove sono gli amministratori locali? Perché chi denuncia un disagio concreto e tangibile viene sistematicamente ignorato o, peggio, liquidato con un invito all’inaugurazione dell’ennesima struttura di accoglienza, come se fosse una festa? Di fronte a una richiesta di attenzione, la risposta è stata un programma di eventi. Qualcuno si illude davvero che con un buffet e qualche discorso si risolvano anni di marginalità urbana?

C’è una parte di questa città - ed è giusto che lo si dica - che non riesce più a sentirsi rappresentata da un’amministrazione che appare incapace di reagire. O, peggio, rassegnata a una visione "buonista" che pare uscita da un manuale scolastico degli anni ’70, dove tutti sono uguali e tutti vanno accolti, tranne chi paga le tasse, lavora e cerca solo di vivere in un quartiere sicuro. Forse è giunto il momento di rispolverare Don Camillo e Peppone. Lì, almeno, si discuteva, si litigava, ma ci si guardava in faccia. Qui, invece, si assiste a una politica che parla di "prossimità" ma non sa più che volto ha un condominio, che suona parole come "inclusione" ma ignora i problemi veri della convivenza. Si preferisce gestire l’emergenza con eventi inaugurali, convegni e buoni sentimenti. Il resto - ovvero la realtà - lo si lascia sulle spalle dei cittadini, delle famiglie e degli amministratori di condominio.

Non siamo contrari ai servizi, siamo contrari all’assenza di equilibrio. Non siamo contrari all’assistenza, siamo contrari all’abbandono. E non siamo contrari alle persone in difficoltà, ma pretendiamo pari attenzione per chi ogni giorno costruisce il senso di una comunità civile. Con questa lettera aperta, mi rivolgo non solo al Comune e alla Cooperativa, ma anche alla Questura, alla Prefettura, alla stampa e a tutta la cittadinanza: è tempo di uscire dalla retorica e tornare a guardare in faccia i problemi. Perché, se nessuno se ne fa carico, ci ritroveremo a dover spiegare ai nostri figli che vivere in certi quartieri significa solo arrangiarsi e sperare. E non è questo che dovrebbe insegnare una città come Reggio Emilia.

l*amministratore di condominio Studio ABC