Il grido di allarme del sindaco Franco Palù: «Comuni abbandonati dallo Stato, ormai il welfare è al limite: colleghi serve una risposta»
Da San Polo d’Enza il monito del primo cittadino: «La tentazione di gettare la spugna c’è: lasciare che sia un commissario prefettizio a fare i tagli. Ma è questa l’Italia che vogliamo?»
San Polo A due anni dal suo secondo mandato, Franco Palù, sindaco di San Polo lancia un allarme drammatico. «Da anni, affronto ogni autunno lo stesso rituale: il responsabile finanziario del Comune mi presenta bilanci sempre più insostenibili, con la solita frase: “Se non tagliamo, andiamo in default”. E così, anno dopo anno, limiamo servizi, rinunciamo a manutenzioni, lasciamo vacanti posti di lavoro, mentre scuole, assistenza sociale e strade mostrano i segni di una crisi che non è congiunturale, ma sistemica». Le risorse da Roma sono sempre meno. «I trasferimenti statali a Comuni e Regioni si assottigliano da oltre un decennio, ma l’accelerazione degli ultimi anni – con la scusa del contenimento del debito o del “federalismo responsabile” – sta svuotando il welfare locale, pilastro dell’articolo 3 della Costituzione. Il risultato? Sanità regionale al collasso: le Regioni, senza fondi sufficienti, razionano prestazioni e aggravano le liste d’attesa. Scuole e disabilità abbandonate: nel mio Comune, i costi per il supporto agli alunni disabili sono aumentati del 200% in 7 anni, mentre i trasferimenti statali calavano. Territorio in degrado: strade dissestate, illuminazione ridotta, verde pubblico incolto. Tagliare sulla manutenzione è la scelta obbligata, perché toccare scuola e servizi sociali sarebbe per me moralmente insostenibile. Eppure, anche questo limite è stato raggiunto: fino a quando potremo “schermare” i servizi essenziali?”. Il sindaco punta il dito sul Governo. «La retorica del Governo e della maggioranza insiste su un welfare “selettivo” (vedi il Reddito di cittadinanza sostituito dal più debole “Inclusione”), mentre i Comuni vengono lasciati soli. Si professa difesa della famiglia e delle fasce deboli, ma si tagliano i fondi per asili nido, trasporti scolastici, assistenza domiciliare. È una deriva turboliberista che ricorda il modello statunitense: servizi pubblici residuali, accessibili solo a chi può pagare. Eppure, la Costituzione è chiara: la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza sostanziale (art. 3) e garantire il diritto alla salute (art. 32) e all’istruzione (art. 34). Come conciliare questi principi con trasferimenti insufficienti? A fine anno dovremo approvare bilanci di previsione con meno risorse e più costi (dall’energia ai materiali, dai rinnovi contrattuali agli oneri di legge). Le opzioni sono una: tagli orizzontali, colpendo scuola e servizi sociali, con danni immediati per i cittadini. Servirebbe una riforma fiscale che aumenti le entrate autonome dei Comuni e un patto chiaro con lo Stato: se i trasferimenti calano, almeno si lascino agli enti locali strumenti per finanziarsi».
Palù analizza poi il dilemma che lui e i suoi colleghi devono affrontare. «Oggi, per un sindaco, la scelta più popolare sarebbe investire in asfalti e decoro urbano. Ma chi ha a cuore il welfare sa che è una trappola. Se abbandoniamo scuola e servizi, tradiamo noi stessi e la Costituzione. Eppure, la tentazione di gettare la spugna c’è: lasciare che sia un commissario prefettizio a fare i tagli. Ma è questa l’Italia che vogliamo? C’è un momento in cui l’autocensura diventa complicità. Quello momento è oggi. Da troppo tempo accettiamo di amministrare la miseria, di giustificare l’ingiustificabile, di chiamare “razionalizzazione” quello che è solo smantellamento. Ma i numeri non mentono: i servizi sociosanitari sono allo stremo, le scuole sopravvivono a singhiozzo, il territorio si sbriciola. E mentre noi sindaci discutiamo se tagliare gli asfalti o i doposcuola, lo Stato scarica ogni problema su di noi. Dobbiamo smetterla con i giri di parole: non è austerity, non è “efficienza”, è abbandono. E non è un problema di colore politico: i tagli sono una costante da anni, ma oggi c’è un’aggressività in più, un progetto chiaro: ridurre lo Stato sociale a bene di lusso, riservato a chi può permetterselo. Siamo al punto di non ritorno. Se non invertiamo la rotta, tra cinque anni parleremo di scuole senza insegnanti di sostegno, ambulatori chiusi, comuni fantasma. E allora, anziché aspettare il commissariamento, serve una risposta democratica: mi rivolgo ai miei colleghi: denunciamo insieme, con dati alla mano, l’insostenibilità di questi bilanci. Perché il vero tradimento della politica non è dire “non ci sono i soldi”, ma fingere che si possa andare avanti così». l © RIPRODUZIONE RISERVATA