Letizia Levorato, infermiera nell’inferno di Gaza: «Lì manca tutto, ma il mondo tace»
La cooperante di Reggio Emilia è in missione con Emergency : «Ospedali, scuole, luoghi di culto: nessun luogo è sicuro»
Reggio Emilia «Quello che ho visto è angosciante. Non sembra di essere nel 2025. Sembra peggio della Seconda guerra mondiale». La correggese Letizia Levorato, 31 anni, infermiera di anestesia e strumentista di sala operatoria, è rientrata da una missione di due mesi nella Striscia di Gaza con Emergency. Lavora all’ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, nel blocco operatorio. Dopo la laurea in infermieristica e un master in area critica, ha scelto di affiancare all’attività in Italia anche un impegno con l’organizzazione fondata da Gino Strada. Negli ultimi anni ha partecipato a missioni in Afghanistan, Sierra Leone e, da febbraio ad aprile 2025, a Gaza.
Quando è entrata nella Striscia di Gaza?
«Il 4 febbraio, in un periodo di cessate il fuoco. Avrei dovuto uscire due mesi dopo, ma la notte prima sono ripresi i bombardamenti. Tutti i movimenti sono stati sospesi, e sono rimasta bloccata nella Striscia per altri dieci giorni».
Con quale obiettivo era partita?
«Sono un’infermiera di sala operatoria, mi hanno selezionata per avviare un progetto chirurgico. Il piano prevedeva di lavorare con un gruppo composto da chirurgo, anestesista e strumentista, in collaborazione con il Nasser Hospital di Khan Younis».
Il progetto è stato realizzato?
«Purtroppo no. Dopo alcuni sopralluoghi all’interno dell’ospedale, un drone suicida ha colpito un reparto due piani sotto il dormitorio in cui alloggiavano i miei colleghi. Per ragioni di sicurezza il progetto è stato sospeso».
Che tipo di lavoro ha svolto allora?
«Ho lavorato nella clinica di Emergency ad al-Qarara, che si occupa di medicina di base. Oltre ad assistere i pazienti, ho creato una piccola centrale di sterilizzazione e formato il personale locale all’uso dell’autoclave, un dispositivo che utilizza il vapore per sterilizzare gli strumenti chirurgici».
Che situazione ha trovato dal punto di vista sanitario?
«Ovviamente critica. Mancano farmaci, strumenti, gas... Dopo la mia partenza, mi hanno inviato una foto: per far funzionare l’autoclave hanno dovuto accendere un fuoco di legna. Le Ong stanno esaurendo le risorse. Se il blocco degli aiuti umanitari continuerà, saremo costretti a fermarci».
Nonostante il progetto chirurgico sia stato fermato, quindi ha comunque operato sul campo.
«Sì. Ho lavorato nella clinica, assistito tanti pazienti, in particolare bambini. Abbiamo curato infezioni respiratorie, problemi gastrointestinali, malnutrizione. Cercavamo di seguire i pazienti cronici, per alleggerire i pochi ospedali rimasti operativi nella Striscia».
Come sono le condizioni all’interno della zona umanitaria?
«Durante la tregua lavoravamo in un’area che avrebbe dovuto essere protetta, circa 46 km². Ma dopo la ripresa dei bombardamenti anche quella zona è diventata insicura. Hanno cominciato a colpire ovunque, anche gli ospedali. Oggi non esistono più zone sicure».
Che rapporto ha avuto con la popolazione locale?
«Ho trovato persone estremamente accoglienti e altruiste. Durante il Ramadan, le guardie della nostra casa, pur sapendo che non eravamo nella loro stessa condizione, ogni sera ci portavano un vassoio di cibo. E questo nonostante la difficoltà nel reperire alimenti. È una cosa che commuove e che lascia il segno».
Ha percepito sentimenti di odio o desiderio di vendetta per quanto stanno vivendo?
«No. In una situazione così disperata, l’unica priorità è la sopravvivenza. Non ho mai sentito discorsi di rancore o voglia di rivalsa. Ho visto solo una grande dignità e una profonda riconoscenza verso chi si mette in gioco per aiutare».
Lei aveva già partecipato a missioni in altri Paesi. Le era mai capitato di vivere una situazione simile?
«No. In Afghanistan, ad esempio, non ho mai vissuto bombardamenti. A Gaza anche nei momenti di tregua si sentivano esplosioni e droni, ma dopo la ripresa del conflitto è stato diverso. Ospedali, scuole, luoghi di culto: nessun luogo è sicuro».
Come ha vissuto l’uscita?
«Con grande difficoltà. La mancanza di vie sicure, l’attesa, l’impossibilità di sapere quando sarebbe stato possibile rientrare. Dopo dieci giorni di stop totale dei movimenti, sono riuscita a uscire, ma in condizioni di massima allerta».
Da cittadina, oltre che cooperante, cosa la colpisce di più di quello che sta accadendo?
«L’assenza totale di reazioni politiche. Gli ospedali vengono colpiti sistematicamente, da mesi. Eppure, nessuno interviene. Chi vuole sapere, nel 2025, ha tutti gli strumenti per farlo. Ma il mondo guarda e tace. Questo è ciò che mi lascia più sgomenta».