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Riforestazione dell’Appennino: i bambini delle scuole custodi in classe delle piantine

Alice Benatti
Riforestazione dell’Appennino: i bambini delle scuole custodi in classe delle piantine

Il progetto del Parco Nazionale su abete bianco e rosso selezionati per resistere al clima: «Ma dopo due anni dalla messa a dimora, una piantina su due muore. Così creaiamo reti di custodi. Non tecnici o forestali, ma bambini, insegnanti, famiglie»

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Ventasso C’è un tempo che scorre sottotraccia, invisibile e silenzioso, fatto di semi piantati e di mani che si prendono cura. Un tempo lento, ma ostinato, che parla il linguaggio delle foreste e della speranza. È in questo tempo che il Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano ha scelto di investire, non solo in alberi, ma in relazioni, responsabilità, memoria genetica e futuro.

«Mancano le piantine»
«Oggi tutti parlano di riforestazione», inizia Willy Reggioni, voce autorevole e appassionata, coordinatore del servizio Conservazione della Natura del Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano. «Le Regioni hanno stanziato alcuni milioni di euro per progetti di riforestazione o ripristini del bosco. Ma c’è un vizio di fondo: mancano le piantine. E soprattutto mancano le giuste piantine. Quelle adatte al clima che verrà».

L’abete che resiste
In un tempo segnato dall’incertezza climatica, piantare alberi non basta. Bisogna sapere quali, dove, e soprattutto perché. È questo che ha guidato il lavoro del Parco, che oggi custodisce il patrimonio genetico più ricco d’Europa: otto popolamenti residuali di abete bianco, sopravvissuti per secoli sull’Appennino. Un’eredità silenziosa, vegetale, ma potentissima. «Abbiamo studiato la variabilità genetica di queste piante e oggi ne riconosciamo l’altissimo valore», spiega Reggioni. «Se hanno resistito in condizioni climatiche più mediterranee, è possibile che quella resistenza sia scritta proprio nel loro DNA. Stiamo parlando di alberi che già oggi conoscono il futuro». Accanto all’abete bianco, anche un piccolo ma prezioso gruppo di abete rosso: poco più di 50 esemplari, i più a sud d’Europa. «Anche da qui abbiamo raccolto semi. Se queste piante sono sopravvissute fino ad oggi, significa che qualcosa nel loro patrimonio genetico può aiutarci a leggere — e forse affrontare — i cambiamenti in corso».

Le radici nelle scuole
Dalle parole ai fatti: oggi in un paio di vivai, tra la provincia di Parma e la Toscana, crescono oltre 26.000 piantine di abete bianco e circa 3.000 di abete rosso, figlie di madri selezionate e analizzate geneticamente. Ma il punto non è solo farle crescere. È prendersene cura. «Solitamente, dopo due anni dalla messa a dimora, una piantina su due muore. Così ci siamo chiesti: come possiamo evitare che accada? Come possiamo fare in modo che qualcuno se ne prenda davvero cura?» La risposta è arrivata immaginando un gesto semplice e insieme rivoluzionario: creare reti di custodi. Non tecnici o forestali, ma bambini, insegnanti, famiglie, dentro e attorno alle scuole.

I tavoli delle foreste
Nasce così il progetto “Semi di futuro” dal sapore futuribile e insieme profondamente concreto: tavoli attrezzati con 36 vasetti, ognuno con una piccola piantina da accudire, ognuno con una storia da proteggere. Lampade per la fotosintesi, sensori per misurare temperatura e umidità del suolo, un sistema per monitorare le condizioni in tempo reale. Una piccola foresta in miniatura, controllata, accompagnata, amata. Le prime dieci scuole primarie a riceverli sono nel distretto della ceramica, grazie al sostegno della Fondazione Iris Ceramica Group, nello specifico nei Comuni di Castellarano, Castelnuovo Rangone, Fiorano Modenese, Formigine, Maranello e Sassuolo. Ma l’obiettivo è allargare il progetto a tutta la Riserva Mab Unesco e alle province dell’Appennino. La cooperativa La Lumaca, di Modena, accompagnerà le classi con un percorso didattico dedicato. «Ogni classe riceverà indicazioni precise su come agire: quando dare più acqua, quando aumentare la luce. E dopo tre anni, quando le piantine saranno pronte, verranno messe a dimora nei territori già individuati dai Comuni, dove altri bambini continueranno a prendersene cura. Una staffetta generativa che lega le generazioni».

Semi di cambiamento
Nel progetto c’è una consapevolezza rara: non c’è cura della natura senza cura delle persone. Ogni piantina è un pretesto per un gesto, un’alleanza, una comunità. «Abbiamo bisogno di creare valore attorno a queste piantine — continua Reggioni —. Solo così le persone sentiranno che appartengono a loro. Che sono loro. Solo così, tra trent’anni, potremo dire che oggi abbiamo fatto qualcosa di davvero utile». L’idea è anche quella di aprire i tavoli a chi fa ricerca, alle università, ai centri di educazione ambientale. Non solo per far crescere alberi, ma per raccogliere dati, costruire conoscenza condivisa, preparare risposte a quello che ci aspetta.

L’impegno a scuola
A settembre, nelle scuole, un bambino imparerà a misurare l’umidità della terra. Un altro controllerà la lampada e registrerà la temperatura. Un insegnante racconta ai suoi studenti cosa vuol dire biodiversità. E da qualche parte in Appennino, un piccolo abete, figlio di una pianta madre sopravvissuta al tempo e al clima, affonderà le sue radici in un futuro ancora possibile.l © RIPRODUZIONE RISERVATA