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La polemica

Alla Pastasciutta antifascista finisce sotto accusa il ragù. Forza Italia: «E’ senza maiale». La replica: «Così da tre anni»

Alice Benatti
Alla Pastasciutta antifascista finisce sotto accusa il ragù. Forza Italia: «E’ senza maiale». La replica: «Così da tre anni»

Botta e risposta tra i forzisti che dicono «così privilegiati gli islamici» e Arci e Mondoinsieme che spiegano: «Deve essere per tutti. Ma c’era anche il gnocco fritto coi salumi»

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Reggio Emilia Un piatto di pasta. È bastato quello, nella città dove la memoria della Resistenza si mantiene viva anche a tavola, per accendere le polemiche del centrodestra. Domenica scorsa la Pastasciutta antifascista è tornata in centro storico, ma stavolta il dibattito non è nato da ciò che c’era, bensì da quello che secondo alcuni mancava: la carne di maiale. Un’assenza, fanno notare gli organizzatori, che tuttavia non è affatto una novità. Da tre anni (quindi da sempre, considerando che quella andata in scena alcuni giorni fa è stata la terza edizione), infatti, quella servita in piazza Prampolini è una pastasciutta con un ragù...vegano.

Il condimento è un semplice sugo di pomodoro, arricchito dalle verdure del soffritto, per garantire che quel gesto di memoria collettiva sia davvero aperto a tutti, senza barriere di religione, cultura o scelta alimentare. In un evento, tra l’altro, cui gli organizzatori – dall’Anpi ai circoli Arci Tunnel e Fenulli passando per Auser, Istituto Cervi, Fulef, Istoreco e Spi-Cgil – avevano assegnato il sottotitolo di “Festa delle liberazioni nel mondo” e a cui sono state invitate tutte le comunità straniere presenti in città: oltre 110 nazionalità, vere e proprie “diaspore urbane” che compongono oggi il volto plurale e multiculturale di Reggio Emilia.

Ma c’è chi non ha gradito la scelta di rinunciare del tutto al ragù tradizionale, simbolo della cucina emiliana e presenza ricorrente nelle pastasciutte antifasciste che ogni anno, da Nord a Sud, si organizzano nelle città italiane. Le critiche sono arrivate da Forza Italia, che ieri ha accusato gli organizzatori di aver imposto a tutti «la pasta in versione halal, senza carne di maiale» strizzando l’occhio, di fatto, ai cittadini di fede islamica. Basti pensare che tra i senegalesi, la comunità (si parla di circa 2mila persone, molte delle quali nate in città) scelta come protagonista dell’iniziativa, il 90% è musulmano.  «Il concetto di inclusione – si legge nella nota del coordinamento cittadino del partito di centrodestra – viene interpretato in modo selettivo, privilegiando specifiche comunità religiose. L’inclusione autentica non può tradursi nell’adattamento sistematico degli eventi pubblici per assecondare logiche elettorali. È contraddittorio invocare l’inclusività adattando iniziative pubbliche a specifiche prescrizioni religiose». E ancora: «Se l’obiettivo dell’iniziativa fosse davvero l’autodeterminazione delle comunità, ognuno dovrebbe poter scegliere liberamente se partecipare all’evento nella sua forma originale, non essere vincolato alle regole di una specifica confessione religiosa».

Come nella commedia francese Chocolat di Lasse Hallström, dove l’arrivo di una cioccolateria sfida le regole austere di un piccolo villaggio legato a riti religiosi e certezze immutabili, a Reggio Emilia un ingrediente in meno utilizzato nella versione di Pastasciutta considerata intoccabile è bastato a far esplodere tensioni che covavano sotto la superficie. E porta a chiederci: cos’è “per tutti”? Cosa significa davvero includere e chi escluderebbe, al contrario, l’incriminata pasta al pomodoro? Quando e quanto le tradizioni vanno rispettate?

Che poi, nel caso della Pastasciutta antifascista, i reggiani sanno bene che quella tradizionale, l’originale preparata dalla famiglia Cervi il 25 luglio del 1943 per festeggiare la caduta del fascismo, era condita solo con burro e parmigiano. Non è questione di sugo, insomma. Ma di senso. E anche di memoria. A Casa Cervi, indiscussa capitale italiana dell’iniziativa, quest’anno invece sono state tre le versioni proposte: con il ragù tradizionale, con un sugo di verdure e in bianco. In Piazza Prampolini l’alternativa è stata rappresentata da gnocco – senza strutto ma fritto nell’olio perché così lo preparano da sempre i volontari del circolo Arci Fenulli – accompagnato da salumi. 

L’unica novità è stata rappresentata dalla presenza dell’affettato di tacchino, in alternativa o in aggiunto a prosciutto, mortadella e salame. «È una polemica stucchevole», si limita a commentare al telefono Mauro Vicini, anima del Fenulli che ha guidato la brigata della cucina. «L’approccio del circolo è sempre stata quella di preparare cibo che sia per tutti, questa è l’unica logica che ci guida». Gianluca Grassi, presidente della Fondazione Mondinsieme, che così come il Comune ha collaborato all’iniziativa – durante la quale, tra le altre cose, si è fatto rumore per Gaza –, sottolinea che «la finalità dell’iniziativa era il confronto con le esperienze resistenziali di altre nazioni che si stanno battendo per la libertà e che, sul fronte del cibo, ognuno in piazza poteva scegliere cosa mangiare». «Mi preoccupa – aggiunge – che la politica si occupi di una questione come questa: credo che il livello su cui ragionare, per costruire una società multiculturale solida e funzionante, dovrebbe essere un altro».l © RIPRODUZIONE RISERVATA