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Alla scoperta del Lago Calamone: uno dei luoghi prediletti del nostro Appennino

Adriano Arati
Alla scoperta del Lago Calamone: uno dei luoghi prediletti del nostro Appennino

Ventasso: a meno di 20 minuti a piedi dagli impianti, due settimane fa la pulizia delle sponde

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Ventasso «Il lago del Ventasso è bello da vivere pulito, così come lo conosciamo, non è una torbiera». E in effetti, è prima di tutto una meraviglia da vivere, da respirare. E pure da tutelare, a livello visivo, turistico così come ambientale. Pochi luoghi del vastissimo Appennino reggiano possono contare sulla miscela di bellezza, fascino e conoscenza del lago Calamone, per tanti il lago del Ventasso. Un ampio specchio d’acqua di origine alpina, raddoppiato come dimensioni negli anni ’50 dello scorso secolo con la creazione di una serie di briglie sul principale emissario, il torrente Lonza. Da sempre afferente a Ramiseto, ora confluito nel Comune di Ventasso, è sotto la competenza del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano.

Il Calamone è amato e noto anche perché, tutto sommato, molto semplice da raggiungere, a meno di venti minuti a piedi dalla stazione di Ventasso Laghi. O impiegando uno dei tanti sentieri che conducono poi verso la vetta del Ventasso, verso l’oratorio di Santa Maria Maddalena e il piccolo, ormai semi-sparito, lago Verde. La fatica, tanta o poca che sia, viene ripagata pienamente dal panorama. Il lago circondato da faggi e altri alberi, un cammino irregolare con sprazzi di verdi, canali e, troneggiante, la vetta del Ventasso.

Il rifugio
A poca distanza dalle briglie del Lonza, si trova poi lo storico rifugio Venusta, dagli anni ’50 mandato avanti dalla famiglia Notari-Tomasini-Cecchi, generazione dopo generazione, porto sicuro per chiacchiere, rifornimenti e per notevoli cene a base di gnocco fritto e polenta. In estate il Calamone vede passare migliaia di persone, tra turisti e abitanti. C’è di tutto, dal turista curioso all’atleta che si vuole allenare, dall’appassionato di piante e pesci a chi cerca un angolo tranquillo per leggere qualcosa.

Un problema da risolvere
Da anni, però, vi è un cruccio con cui tutti devono convivere: la presenza di un sempre più ampio strato di piante acquatiche e alghe che occupa buona parte della superficie liquida, creando il classico effetto palude amplificato dalla diffusione di canne e altre piante ad alto fusto verso le rive. Rispetto al classico colpo d’occhio con acqua limpida e pulita, senza masse e detriti a galleggiare, il cambiamento è forte. Il fenomeno è presente dall’ampliamento degli anni ’50 dello scorso secolo, un’operazione che ha portato alla generazione sul fondo di queste forme vegetali e ha accelerato il naturale percorso di restringimento e contaminazione di un piccolo lago alpino. Nell’ultimo decennio il fenomeno è sempre più marcato e provoca parecchie discussioni, i gestori del rifugio non nascondono la preoccupazione e soprattutto gli utenti abituali hanno più volte protestato per l’assenza di interventi. Per una lunga fase, ogni primavera gli addetti della bonifica potavano le piante sotto l’acqua, utilizzando dei piccoli barchini e degli attrezzi appositi. Ora l’approccio è mutato, anche perché le specie che provocano la “paludazione”, a partire dal Myriophyllum spicatum o miriofillo così come altre macroidrofite, sono particolarmente preziose per la loro capacità di produrre ossigeno anche in orario notturno e come mantenimento dei piccoli pesci presenti.

Un paio di settimane fa, una squadra di tecnici incaricati dal Parco Nazionale è intervenuta per ripulire parte delle sponde, dove le piante si accumulano, e ha ridonato a circa metà della superficie il classico aspetto, davvero da cartolina, per cui è amata. È stata utilizzata una nuova tecnica, con strumenti particolarmente complessi, che prevede l’eradicazione delle piante dal fondo, così da rallentare la formazione di nuove “coperture”. Il risultato è apprezzato, la speranza è che si continui così. Lo ribadiscono i gestori così come i visitatori, che in questo periodo non mancano mai. «Il lago è una meraviglia che deve essere preservata e valorizzata anche da un punto di vista turistico. Capiamo le esigenze ambientali, ma trasformarlo in una mezza torbiera non va bene. Gli interventi servono, qui passano migliaia di persone che grazie al lago possono conoscere il nostro Appennino. E se è giusto non forzare la natura, altrettanto importante è valorizzare al meglio le nostre bellezze. E speriamo sia così», dice convinto un gruppo di fedeli clienti del Venusta.l © RIPRODUZIONE RISERVATA