Gazzetta di Reggio

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L’intervista

La strage di Bologna. L’autista del bus 37 che portò i morti all’obitorio: «Restituimmo alle vittime la dignità che i terroristi avevano tolto loro»

Serena Arbizzi
La strage di Bologna. L’autista del bus 37 che portò i morti all’obitorio: «Restituimmo alle vittime la dignità che i terroristi avevano tolto loro»

Agide Melloni tra i protagonisti dell’emergenza: «Nel grande dolore abbiamo avuto la forza di agire così e ce la siamo trasmessa a vicenda»

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Bologna «Con la sentenza definitiva sul coinvolgimento di Bellini nella strage di Bologna finalmente, dopo 45 anni, si è spalancata una porta sulla verità giudiziaria. Ma non è finita: ora va chiarita la responsabilità politica. Chi ha disposto il finanziamento? Chi ha cercato di depistare, anche di recente? Il futuro pesca dal passato e nell’impegno di oggi è centrale il coinvolgimento dei giovani». Parla con il cuore in mano Agide Melloni, mentre racconta della massiccia macchina degli aiuti prestati il 2 agosto 1980 e di cui fu parte integrante alla guida del bus 37, trasformato in carro funebre, che fece la spola tra la stazione e l’obitorio.  Agide era autista dell’Atc, l’allora azienda di trasporto pubblico. Quel giorno stava rientrando alla stazione a piedi, alle 10.25, perché avrebbe dovuto iniziare il secondo turno di lavoro. «Poi udii il boato dell’esplosione - racconta commosso Melloni -. Fu un rumore particolare, indefinibile. Un rumore che non ha nemmeno a che fare con le finzioni di un film, che ci sorprese e sconvolse. Chi era per strada come me si fermò, ci guardammo negli occhi quasi per chiederci cosa fosse successo. Poi quando arrivai sul ponte mi trovai di fronte a uno scenario terribile».

Cosa ricorda di quel giorno?
«Le cose intorno a noi in questi 45 anni sono cambiate, ma del 2 agosto 1980 ricordo tutto. Quando arrivai di corsa alla stazione vidi i bus che venivano utilizzati per portare all’ospedale i feriti. Io stavo arrivando e ci fu qualcosa che mi fece reagire in un modo diverso. Scattò in me qualcosa nell’essere al contatto con quello scenario, nel vedere lo sconvolgimento di un luogo così famigliare. Vicino alla stazione c’era l’Avis, di cui ero donatore, perché pensavo di poter essere utile nel donare sangue. In quei momenti terribili, alla stazione, ho visto tante persone che non si sono girate dall’altra parte, che svolgevano azioni semplici, ma importantissime, come spostare i detriti, o accompagnare i feriti alle ambulanze. Un ragazzo portò via i rottami di una bicicletta: questo gesto permise alle ambulanze di accedere. Poi si iniziò a estrarre i corpi. Ho visto medici seguire le indicazioni degli infermieri e non rivendicare mai la propria superiorità. La gente che si era inventata quello che non era pur di essere utile in quella tragedia collettiva. Come chi si legava un fazzoletto a un braccio diventando vigile urbano per dirigere il traffico... Arrivare con i bus pieni di feriti all’ospedale significò salvare vite: ce lo dissero i dottori stessi. Poi quei bus tornarono indietro. Anche io osservai e volli dare, con altri, il mio contributo».
Cosa accadde?

«Mi avvicinai a quella montagna di macerie su cui tanta gente operava, scavava. Davanti a noi si fermò uno di quegli autobus. Avevo accanto un vigile del fuoco e un meccanico della mia azienda. Accanto a noi crescevano i corpi delle vittime e venivano portati all’esterno, sull’atrio di marmo della stazione, in attesa che qualcuno li portasse via. Fu con un sguardo che ci trasmettemmo un messaggio: andavano salvate più vite possibili. E questo voleva dire lasciare a disposizione dei feriti tutte le ambulanze che c’erano. Noi ci preoccupammo di quei corpi. Provammo a fare il nostro dovere anche dal punto di vista umano, usando il bus che si era fermato davanti a noi: lo mettemmo in condizione di fare entrare i corpi, togliendo i mancorrenti che impedivano di salire a bordo con le barelle, adagiandoli sul pavimento. Non ne sovrapponemmo mai uno all’altro: fu un modo per ridare la dignità che i terroristi avevano tolto con quel vile massacro. Ho sentito che era giusto mettersi alla guida di quel bus e ho iniziato a percorrere il tragitto dalla stazione agli obitori. Avevo sempre due ali di folla intorno che, in silenzio, si limitavano a un saluto. Anche loro accompagnavano con noi quei corpi. Nel grande dolore abbiamo avuto la forza di agire così e ce la siamo trasmessa a vicenda».

Quale dev’essere il nostro impegno, ora?

«Forse non conosciamo ancora tutti i colpevoli materiali. Una strage di questo tipo non si fa, come dicono esperti autorevoli, con cinque esecutori. E c’è un altro livello: l’aspetto politico che coprì quella strage. Il lavoro non è finito e di questo dobbiamo parlare con i giovani. Dobbiamo raccontare loro com’è stato difficile arrivare fino a questo punto. Sono stati tanti gli ostacoli. Ancora qualcuno dentro a qualche istituzione non è uscito da quel clima. Il nostro compito come italiani è stare al fianco dell’associazione dei famigliari che ha il diritto di sapere fino all’ultimo tutta la verità».
I giovani sono sensibili a questi temi?

«Sono stati oltre 9mila i giovani coinvolti da progetti nell’ultimo anno scolastico. E proprio giovedì ho assaporato come si possa fare memoria anche attraverso l’arte. I giovani che ho incontrato e accompagnato in questi mesi si danno da fare e realizzano opere artistiche. Hanno messo in mostra il proprio stato d’animo. Bisogna dire loro che le ingiustizie ci circondano ancora e non girarsi dall’altra parte è un valore. È un modo per non farsi dominare dal punto di vista culturale». l © RIPRODUZIONE RISERVATA