«Accelerare sulla digitalizzazione degli atti»
L’appello del nuovo presidente dei famigliari delle vittime, Lambertini
Bologna «La spensieratezza estiva di un ragazzino di 14 anni si trasformò nel dolore più feroce, quel 2 agosto. Mia mamma lavorava alla Cigar e sapevo esattamente quale posto occupava: man mano che arrivavano informazioni sulla devastazione della bomba, capii che purtroppo era tra le vittime. Fu trovata a tarda notte e lo seppi il giorno dopo, da mia nonna...».
Paolo Lambertini da ieri sera è il nuovo presidente dell’Associazione famigliari delle vittime del 2 agosto, della quale era già vicepresidente. Figlio di Mirella Fornasari, dipendente della Cigar, ritrovata per ultima sotto le macerie, Paolo è diventato un uomo che ha sempre portato avanti la ricerca di verità e giustizia.
Dopo 45 anni qual è la prima cosa che affiora nella sua mente quando si parla del 2 agosto 1980?
«Io non posso pensare che si possa uccidere così. Non capisco come un essere umano possa arrivare a tanto per fini politici o per qualsiasi altro fine. Come associazione abbiamo fatto un passo in più perché le persone intorno a noi hanno dimostrato una sensibilità straordinaria».
Cosa ricorda, inoltre, di quel giorno?
«Mia mamma lavorava alla Cigar, esattamente al secondo piano della palazzina che è crollata. Il stato d’animo cambiò all’improvviso: dalla massima spensieratezza dei 14 anni sprofondai nell’abisso del dolore, davanti al telegiornale, dopo la chiamata di un amico che mi avvisò. Vidi una fotografia dell’edizione straordinaria del tg e capii che quello scoppio aveva coinvolto mia mamma. Io non sapevo solo che lei lavorava alla stazione, ma conoscevo il piano preciso e la scrivania. Quindi la paura si trasformò man mano sempre più nella certezza che era stata coinvolta. Fu una giornata intensa, lunga e infinita perché mia mamma non si trovò se non a tarda notte. Io l’ho saputo il mattino successivo quando mia nonna mi ha detto: “L’hanno trovata”».
Dopo tanti anni grazie alla vostra tenacia è stato possibile ottenere la verità giudiziaria. Perché è stato così difficile?
«La nostra tenacia e ostinazione sono ingredienti importanti e vorrei dare il merito a chi ha costituito l’associazione e a chi l’ha guidata, perché io ero molto giovane. L’associazione da sola non avrebbe fatto tutto questo: gli altri ingredienti sono le persone, Bologna, le istituzioni, alcuni magistrati e avvocati straordinari, uomini fedeli allo Stato, contraltare di quelli che invece ne hanno tradito la fiducia. Questo ci fa capire che se noi stimoliamo le parti migliori dello Stato, forse, questa democrazia ha un futuro. Se non ci fosse stata l’associazione che ha coagulato le migliori energie sarebbe andata diversamente».
Bolognesi ha detto che «gli stragisti italiani passarono dal Movimento Sociale Italiano».
«Ogni anno Paolo Bolognesi legge il discorso, ma lo condividiamo insieme e ci prendiamo la responsabilità tutti di quanto viene detto. Le radici di questo Governo affondano nelle stesse radici da cui sono partiti gli stragisti. Lungi da noi penare che chi siede oggi al Governo abbia avuto un ruolo specifico nella strage del 2 agosto. Ma chiediamo che prendano le distanze da quel percorso e da quelle persone. A parole e con i fatti. Se la giustizia ci ha messo 45 anni e abbiamo ancora adesso forse una parte di verità ancora da scoprire è perché ci sono stati depistaggi. L’ultima sentenza parla, nello specifico, di 17 depistaggi acclarati. Sono stati molto bravi gli inquirenti, gli avvocati e una città che si è unita nell’andare avanti, così come le istituzioni nel credere nella digitalizzazione».
Al proposito, la nuova sfida sarà proprio la digitalizzazione.
«È qualcosa già in essere, per fortuna, ed è l’aspetto che ha permesso l’apertura dei nuovi processi. Il Governo ha impiegato dei fondi, così come la Regione e noi famigliari. Ora dobbiamo digitalizzare tutto il nostro archivio che darà un contributo alla storia e alla memoria di questi 45 anni».
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