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La lunga estate di lotta a West Nile, Dengue e Chikungunya: ecco cosa sta succedendo

Massimo Sesena
La lunga estate di lotta a West Nile, Dengue e Chikungunya: ecco cosa sta succedendo

Dai casi sospetti registrati in queste settimane in provincia di Reggio Emilia alle misure di prevenzione da adottare fino all’arrivo dell’autunno

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Reggio Emilia È considerato l’animale più letale al mondo, più di squali, coccodrilli, serpenti e altre bestie feroci. E a Reggio Emilia e in tutta la pianura padana ha deciso di stabilirsi da tempo e non sembra avere alcuna intenzione di levare le tende. Anche perché, ad ogni estate, tiene tutti in allarme per ciò che potrebbe combinare. Stiamo parlando della zanzara che, nella sua versione “base” (Culens Pipiens) è responsabile della trasmissione del virus West Nile, o febbre del Nilo, malattia che fa la sua comparsa per la prima volta nel 1937 in Uganda. Anche quest’anno, i fronti contro le infezioni sono più di uno. A Reggio come in altre parti d’Italia si segnalano casi sospetti di West Nile Virus e Chikungunya. E in regione si torna affacciare anche la Dengue, la malattia trasmessa dalla zanzara tigre.

«Dalle nostre parti – dice Pietro Ragni, infettivologo e medico di sanità pubblica – i casi di West Nile sono ormai endemici da una decina d’anni e proprio in questo lasso di tempo si è cercato di adottare tutte le misure possibili per limitare la diffusione di questi insetti che sono animali serbatoio, capaci di trasmettere, con le loro punture, malattie che possono avere effetti anche gravi». E una delle misure per contrastare la diffusione di queste malattie è sicuramente il monitoraggio sull’uomo e sugli animali, allo scopo di riuscire ad avere un’idea di quella che è oggi la diffusione, di questa o quell’altra arbovirosi (così sì chiamano le malattie causate da virus trasmessi all’uomo e ad altri animali da vettori artropodi, come zanzare, zecche e pappataci, attraverso il loro morso o puntura).

La situazione
Sul sito dell’Istituto superiore di sanità il quadro della situazione viene aggiornato ogni settimana. «Dal 1 gennaio al 19 agosto 2025 – vi si legge – al sistema di sorveglianza nazionale coordinato dall’Istituto superiore di sanità risultano 127 casi confermati di Dengue (123 casi associati a viaggi all’estero e 4 casi autoctoni, età media 41 anni, 57% di sesso maschile, nessun decesso. Sono stati identificati due eventi distinti di trasmissione locale del virus Dengue in due Regioni, Emilia-Romagna e Veneto, uno dei quali rappresentato da un caso sporadico e l’altro da un focolaio. Sono attualmente in corso ulteriori indagini epidemiologiche); 66 casi confermati di Chikungunya (37 casi associati a viaggi all’estero e 29 casi autoctoni, età mediana 53 anni, 50% di sesso maschile, nessun decesso. Sono stati identificati quattro episodi di trasmissione locale del virus Chikungunya in due Regioni, Emilia-Romagna e Veneto, due rappresentati da due casi sporadici e due da focolai. Sono attualmente in corso ulteriori indagini epidemiologiche». Nel 2024 fu soprattutto un focolaio di Dengue a destare preoccupazione. In particolare furono oltre 200 i casi autoctoni di febbre Dengue registrati la scorsa estate tra le città di Fano e Pesaro su un totale di 700 casi complessivamente registrati in Italia. Quello delle Marche è stato il focolaio più esteso, come numero di casi, finora mai registrato in Europa. In queste settimane, a Reggio e in altre zone dell’Emilia Romagna le misure di profilassi sono state sin qui adottate con grande tempestività: è accaduto qualche giorno fa quando in una piscina della città è transitata una persona risultata affetta dal virus. E una volta avuto conferme sul contagio da Chikungunya, l’area è stata sottoposta a disinfestazione. Il limite di questa lotta contro l’animale più letale al mondo è quello della prevenzione che il più delle volte è altamente costosa e non garantisce risultati certi. Si pensi ad esempio che nel caso del virus West Nile, l’80% delle persone che lo contrae, a causa della puntura di una zanzara infetta , non mostra poi sintomi. Soltanto il restante 20% accusa stati febbrili e di questi in un caso su mille l’infezione arriva all’encefalo divenendo potenzialmente letale. Questo alto tasso di persone asintomatiche ha reso sin qui molto difficile la messa a punto e la sperimentazione di un vaccino che invece esiste, viene somministrato e funziona... per i cavalli. Sono questi gli animali maggiormente esposti al rischio di questo genere di infezioni. Altro problema legato al vaccino per questi tipi di virus: un vaccino messo a punto in questi anni contro la diffusione della Dengue non avrebbe fatto i conti con i sottotipi di virus che la stessa Dengue ha mostrato di avere: un virus con cinque facce invece di una soltanto. Peccato che il vaccino risulti efficace per uno di questi sottotipi ma non per gli altri. E peccato che la stessa zanzara possa pungere più di una volta e che in molti casi, la seconda puntura ha effetti più pesanti della prima. E a proposito di pericolosità, una delle differenze principali tra queste tre diverse arbovirosi riguarda proprio i sintomi: ad esempio, rispetto alla infezione da West Nile che – come detto – è asintomatica nell’80% dei casi, quella da Chikungunya, teoricamente meno rischiosa può essere invece molto dolorosa, manifestandosi con sintomi molto invalidanti come dolori molto forti alla schiena e alle articolazioni, oltre che a forti emicranie.

Corvi, gazze e cornacchie
Invero, l’altro modo per monitorare la situazione è... fare tesoro del passato, ovvero studiare ad esempio la correlazione esistente tra fatti a prima vista senza alcun legame. Se da un lato è assodato che l’aumento della temperatura globale e, insieme, la sempre maggiore possibilità e facilità di spostarsi da un capo all’altro del mondo che l’uomo ha conquistato nell’ultimo secolo sono due fattori che favoriscono la diffusione di questi virus, dall’altra sono comunque necessari dei vettori, quelli che vengono chiamati animali serbatoio. Tra questi vi sono sicuramente alcuni uccelli come cornacchie, gazze e corvi. Non a caso, nel 1999, a New York non poterono far a meno di notare la presenza di due numeri importanti: una moria di corvi e cornacchie che, nei numeri aveva dimensioni mai viste prima e nello stesso periodo, un numero decisamente alto di encefaliti. Era arriva la West Nile Disease. E a trasmetterlo erano state le prime zanzare tigre. Allo stesso modo, qualche anno prima, la zanzara tigre aveva cominciato a pungere in Italia. E ci sono addirittura un luogo fisico e una data che lo certificano: Genova, 1990, quando nella Città della Lanterna arriva un carico di pneumatici usati. È lì in quei copertoni scambiati per le cortecce degli alberi, in cui grazie alla pioggia che si deposita, le larve delle zanzare tigre infette, possono schiudersi.

Le contromisure
In Emilia Romagna esiste dal 2007 un protocollo che, dopo aver ribadito i consigli pratici (l’utilizzo sulla pelle di sostanze repellenti come l’arcinoto Autan o l’Olio di Eucalypto, o altri prodotti a base di IR3535, molecola sintetica utilizzata come repellente, l’utilizzo di vestiario che non lasci scoperte parti del corpo altrimenti troppo esposte e l’eliminazione di residui d’acqua stagnante nei sottovasi di casa) fissa le modalità e i termini di intervento per le operazioni di disinfestazione. Operazioni che , a seconda se si rivolgano alle larve o agli insetti adulti hanno effetti diversi. La disinfestazione adulticida colpisce indiscriminatamente le zanzare ma anche gli altri insetti nel raggio d’azione in cui si decide di intervenire. Secondo le ultime direttive regionali, l’assessorato alla sanità ha invitato tutti i Comuni delle zone di pianura e di collina di procedere – con cadenza settimanale fino al prossimo 30 settembre – a operazioni di disinfestazione adulticida nelle zone più a rischio. La disinfestazione larvicida è invece più mirata ma alla fine risulta anche essere la più costosa. E questo dei costi, alla lunga, potrebbe diventare un problema.l M.S. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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