I Nomadi in concerto a Reggiolo. Beppe Carletti: «Lì uno degli ultimi con Augusto: siamo così perché siamo nati vicino al Po. Oggi? Sono tutte meteore».
Il leader della band più longeva d’Italia: «Tra radio e Spotify è tutto ingigantito. Saranno contenti i discografici ma così si rovinano i giovani cantanti»
Reggiolo Loro non sono mai in tour. Ma costantemente in viaggio. A loro non serve annunciare in grande stile le prossime tournée come se fossero ogni volta eventi straordinari. Di concerti, loro, ne fanno un centinaio all’anno. No stop. Perché loro sono i Nomadi. La band più longeva della musica italiana ma anche il gruppo che con la sua attività live incessante ha costruito negli anni un pubblico fedele capace di attraversare generazioni. Il popolo nomade. Quello che si ritroverà puntualmente il 5 settembre al Parco dei Salici a Reggiolo dove farà tappa il festival “Scorre”. Una tappa a suo modo speciale. Per i ricordi che andrà a evocare. Per le emozioni che porterà con sé. Ma prima di arrivare a Reggiolo altri palcoscenici aspettano i Nomadi. Altre platee sono pronte a cantare, con quel poco di voce che ogni volta rimane a fine concerto, quell’inno alla libertà senza tempo che è “Io vagabondo”. Con Beppe Carletti, fondatore insieme ad Augusto Daolio dei Nomadi e anima ancora prima che leader della band, che prosegue con lo stesso entusiasmo, ogni sera, il suo viaggio con il popolo nomade.
Beppe, come sta andando il vostro viaggio live su è giù per l’Italia?
«Sta andando benissimo. Ora siamo in una città vicino a Frosinone che conosciamo bene e abbiamo deciso di fermarci qui per qualche giorno. Ogni sera abbiamo un concerto da queste parti e piuttosto che cambiare hotel continuamente almeno possiamo avere un punto d’appoggio. Non è come essere a casa, ma va bene così. Anche perché i concerti, davvero, stanno andando benissimo. È incredibile vedere che ogni sera c’è tantissima gente e devo dirti che il nostro pubblico continua a crescere. Non era scontato. Sai sono passati tanti anni e ogni sera, sentire la gente che ti dice “ci vediamo il prossimo anno”, è tanta roba».
Tra qualche giorno nei prati di casa tornerete davvero, con il concerto a Reggiolo. Le emozioni sono diverse quando ci si avvicina alle proprie radici?
«Assolutamente sì. E questo concerto sarà davvero particolare. Una volta a Reggiolo c’era il 2 Stelle e proprio lì, con Augusto, abbiamo fatto uno degli ultimi concerti. Quello è stato l’inizio della fine. L’idea di tornare a Reggiolo mi è piaciuta, e ho accettato la proposta soprattutto per questo. Sarà speciale suonare in un posto che inevitabilmente riporterà in superficie ricordi ed emozioni che resteranno per sempre dentro di me».
Sarà anche l’occasione per fare un pit stop a Novellara dove abita ma dove non penso riesca a rimanere a lungo...
«Farò sicuramente un passaggio a casa (sorride, ndr) ma poi si riparte. L’Italia è lunga e ci sono tanti bei posti dove suonare. Noi abbiamo sempre “giocato” sul fatto di avere durante l’anno tantissime date, in qualsiasi stagione, è una nostra prerogativa ed è la nostra forza. Infatti, anche se per radio non ci trasmettono mai, questo non vuol dire che noi non continuiamo a essere una realtà viva e vegeta. A sostenerci c’è il nostro pubblico».
Tornando al festival “Scorre” e al Grande Fiume, che cosa rappresentano per lei la campagna infinita, il Po, gli orizzonti introvabili altrove?
«Posso dirti che Augusto amava il Po in modo viscerale. Ha dedicato al Po tanti testi e tante canzoni anche se non viene citato espressamente nei brani. Augusto dal Po prendeva ispirazione e amava “vivere” il fiume. Nell’immaginario della gente, e anche per me, il Po è vita. Ti regala un’atmosfera, dei colori, delle sensazioni uniche».
Qual è la cifra che contraddistingue la gente del Po?
«Penso che una volta la gente del Po avesse davvero caratteristiche peculiari che la rendeva unica e ben riconoscibile. Si viveva di cose piccole che in realtà erano preziose. Ma l’omologazione è arrivata anche qui e non è una cosa positiva. Perché le differenze arricchiscono. Penso anche che il Po dovrebbe essere più valorizzato dal punto di vista turistico anche per la sua valenza culturale. Il Po ci può raccontare tante cose. Non dimentichiamoci che c’ stato un tempo in cui il Grande Fiume era il mare per chi non poteva andarci... Poi penso anche che l’arrivo del grande turismo potrebbe essere un handicap. Il Po rischierebbe di perdere la sua purezza».
I Nomadi potevano nascere lontano dal Po?
«Assolutamente no. Siamo così perché siamo nati lì. Potevamo nascere solo nella Bassa reggiana o modenese che sia. E più in generale in Emilia che è sempre stata una fucina di gruppi musicali. E il motivo è semplice, solo qui c’erano le balere. Me ne ricordo ancora una, nel mio paese, avevo 9 anni e non potevo entrare. Ma il ricordo c’è. Ligabue, Zucchero, Vasco Rossi, Guccini, tutti emiliani. Un caso? Penso proprio di no. Non dico che è l’aria che respiriamo ma abbiamo nel Dna questa cosa che ci porta da sempre a fare musica».
Per una band, la vostra, che a 62 anni è viva e vegeta, ci sono tanti nomi che durano il tempo di un’estate. Fra gli artisti che stanno conoscendo il successo oggi, quali secondo voi avranno un futuro?
«Per me sono tutte meteore. Non perché non siano bravi ma per la musica e i testi che propongono, tutti uguali. Poi sono schiacciati uno dall’altro, e spesso è tutta una montatura. Pensa che annunciano di avere ottenuto il disco di platino con una canzone. Ma a chi vogliono farlo credere? Io so cosa sono i dischi di platino e per ottenerli bisogna vendere 200mila copie. Oggi tra radio e spotify è tutto ingigantito. Saranno contenti i discografici ma così si rovinano i giovani cantanti. Che poi oggi tutti cantano, potrei farlo anch’io».
Perché no?
«Perché... La dignità prima di tutto». © RIPRODUZIONE RISERVATA
