Omicidio di Saman, ecco perché secondo la Corte d’Appello il fratello è attendibile
Novellara: una valutazione di segno opposto alla sentenza di primo grado. Per i giudici di Bologna Alì Haider si colloca «in una posizione di assoluta estraneità al concerto criminoso»
Novellara Per la Corte di Assise di Appello di Bologna Alì Haider, fratello di Saman, si colloca «in una posizione di assoluta estraneità al concerto criminoso». Anzi, «è stato considerato dai familiari come un impiccio alla consumazione di tale concerto». È decisamente un’altra valutazione rispetto al primo giudizio, dove il giovane era stato messo sotto una lente di diffidenza per le oscillazioni del suo racconto. Questa volta i giudici spiegano perché quelle «oscillazioni» non ne minano l’affidabilità. La Corte ritiene che Saman sia stata materialmente uccisa da tre persone: lo zio Danish Hasnain e i due cugini. Dentro questa cornice, la voce di Alì acquista peso. Il ragazzo, minorenne all’epoca dei fatti e parte civile, in appello ha ribadito la sostanza di quanto già narrato anche nel secondo processo: la pressione familiare su Saman, i tentativi di controllo, la riunione in casa in cui sentì la parola “scavare”, l’uscita della sorella la sera del 30 aprile seguita dai genitori, l’agguato tra le serre e i volti dei cugini intravisti fra le strutture. Il nodo della credibilità si scioglie su due piani. Il primo è psicologico e processuale.
La Corte richiama la giurisprudenza di legittimità (Cassazione n. 6710/2020 e n. 32764/2024) sulla testimonianza progressiva delle vittime o dei soggetti coinvolti in eventi altamente traumatici: non ci si può attendere una versione definitiva e lineare al primo interrogatorio, perché il processo di disvelamento procede a tappe, si intreccia con la rielaborazione del trauma e con il rapporto di fiducia, o diffidenza, verso l’autorità giudiziaria. In casi del genere, spiegano i giudici, l’analisi deve essere complessiva e tenere conto del percorso interiore del testimone, anziché inchiodarlo alle prime reticenze o alle imprecisioni cronologiche. È per questo che alcune divergenze tra le versioni – ad esempio l’iniziale esclusione dei cugini – non bastano, per i giudici di Bologna, a screditare l’insieme. Il secondo piano è probatorio. Poiché Alì è divenuto parte civile ed è stato escusso anche ai sensi dell’art. 210 c.p.p., la Corte pretende riscontri esterni. Questi riscontri ci sono. Pesano, fra gli altri, il messaggio vocale inviato la notte successiva all’omicidio dalla zia Shamsa Batool, che istruisce Alì su cosa dire, elemento che spiega la prudenza iniziale del ragazzo e dimostra l’esistenza di una regia familiare nel condizionarlo. Decisivo, per i giudici, è anche il contesto di vita. Alì cresce in un nucleo chiuso, impermeabile all’esterno, privo di reali reti sociali in Italia, dipendente dai genitori, dallo zio e dai cugini. Quando Saman scompare, il ragazzo perde punti di riferimento, viene trascinato nella fuga, poi allontanato e collocato in comunità. In quel frangente continua a parlare con il padre fuggito in Pakistan, che lo ammonisce a non fare nomi. È «plausibile», conclude la Corte, che un minorenne in quelle condizioni provi a proteggere gli adulti. Ma l’andamento del suo racconto, nel tempo, mostra un progressivo avvicinamento alla verità. Così, la valutazione finale rovescia l’esito del primo grado: Ali Haider è attendibile. Non perché impeccabile, ma perché il suo narrato, nell’insieme, combacia con la dinamica omicidiaria ricostruita dalla Corte.l © RIPRODUZIONE RISERVATA