Fusione con Tper, biglietti e autisti. Intervista alla nuova presidente di Seta: «Al centro le persone»
Elisa Valeriani sulle frizioni coi sindacati: «Ricostruendo un contesto di fiducia reciproca e motivando e spiegando le decisioni aziendali, alcune questioni possono risolversi»
Reggio Emilia La reggiana Elisa Valeriani è da poche settimane la nuova presidente di Seta, su indicazione del sindaco di Modena Massimo Mezzetti. Avvocato patrocinante in Cassazione, docente di Economia Politica al Dipartimento di Giurisprudenza di Unimore, Valeriani ha ricoperto e ricopre incarichi in consigli di amministrazioni di realtà pubbliche e società private in mercati quotati e regolamentati.
Da poche settimane alla guida di Seta. Ma chi gliel’ha fatto fare? Guidare un’azienda di trasporto pubblico locale in un momento storico in cui in Italia il trasporto pubblico non è certo in cima alla lista delle priorità. Che cosa le è stato chiesto da chi l’ha indicata e che obiettivi pensa ragionevolmente di poter raggiungere?
«È vero, il trasporto pubblico non è “in cima alla lista delle priorità” e purtroppo ci si è dimenticati che il Trasporto pubblico locale è uno strumento di integrazione sociale ed economica, e fattore del miglioramento della qualità della vita urbana. Investire nel trasporto locale è oggi più che mai strategico: significa favorire l’accesso al lavoro e ai servizi, ridurre la congestione e l’inquinamento, promuovere un’economia sostenibile e garantire una più equa distribuzione delle opportunità. Sono cose in cui credo e che hanno formato la mia composita e variegata competenza professionale».
E qui veniamo all’altra parte della domanda: chi gliel’ha fatto fare?
«Sono avvocato ma anche una economista, in grado di comprendere le logiche economiche e del mercato, di leggere i dati e sintetizzarli, in altri termini conosco le norme ma anche i numeri. Quando mi è stato chiesto dal sindaco di Modena Massimo Mezzetti di impegnarmi nel trasporto locale ho pensato che era una sfida davvero difficile ma ho anche pensato le mie competenze e le mie esperienze in consigli di amministrazione pubblici o di realtà private di mercato potessero consentirmi di avere la sensibilità giusta per affrontare questa sfida davvero complessa. Mi è stata proposta una esperienza di rappresentanza della società e dei soci pubblici, di essere un elemento di raccordo che consentisse ai soci pubblici di comprendere meglio come poter affrontare questo contesto complesso».
E che obiettivi si è posta?
«Premesso che, da Statuto, non ho deleghe operative ma esclusivamente di rappresentanza legale, di norma non mi pongo mai obiettivi specifici prima di conoscere appieno una realtà societaria, se non, ovviamente, quelli classici: cercare di rappresentare al meglio la società, tenere i conti in ordine, sviluppare un ambiente di lavoro che tuteli i lavoratori, proporre soluzioni per migliorare la qualità del servizio pubblico. Gli obiettivi specifici arrivano solo una volta entrati nel ruolo, quando si comincia a comprendere al meglio quali sono gli elementi di complessità, le difficoltà specifiche del settore e quelle della società. Domandarsi come e cosa si può migliorare determina gli obiettivi specifici. Se oggi mi chiede quali obiettivi ho e quali ragionevolmente penso di poter raggiungere le rispondo dicendo che intendo mettere al centro le persone, mantenendo la società in un contesto di solidità economica e finanziaria».
Bello slogan. Provi a declinarlo...
«Mettere al centro le persone significa guardare sia all’esterno dell’azienda, cercando di raggiungere i bisogni degli utenti, che mutano nel tempo, sia guardando all’interno, concentrandomi su quanto è possibile fare, con le risorse comunque scarse che vi sono, per i lavoratori dell’azienda».
In queste settimane è tornato d’attualità il tema del futuro di Seta che sembra più che mai a un bivio: andare a nozze con Tper o cercare altre alleanze? A che punto siamo oggi?
«Questo è un tema che tocca la società solo in modo indiretto perché riguarda la decisioni che prenderanno i soci. Penso che i soci sia pubblici che privati si stiano interrogando rispetto al futuro e che questo sia inevitabile anche perché il trasporto pubblico locale proprio per le risorse economiche scarse a cui lei faceva cenno ha la necessità di rafforzarsi per linee aggregative esterne che consentano di sfruttare al meglio economie di scala e sinergie. La mia opinione personale è che qualsiasi aggregazione debba avere presupposti economici e strategici solidi e deve contemplare elementi di governo che consentano a tutti i territori di non vivere l’aggregazione come una condizione necessaria ma di trovare elementi che consentano un miglioramento in termini di servizio. Non sono a conoscenza del punto a cui siamo oggi né degli eventuali ostacoli sul fronte della fusione con Tper, la Regione ha dato un indirizzo circa la costituzione di una azienda unica regionale per il Tpl è chiaro che questo è un percorso più che sensato ma anche molto ambizioso perché richiede la disponibilità di tanti interlocutori almeno quanti sono i territori coinvolti. È comunque un processo naturale che i soci pubblici riflettano e ragionino su quale sia la soluzione più coerente e corretta in termini di interesse pubblico».
Che idea s’è fatta dell’azienda?
«Seta è una realtà assai complessa che si muove in un contesto difficile: le risorse economiche statali non soltanto sono sempre più modeste ma anche incerte quanto ai tempi di erogazione, le statistiche nazionali chiariscono che i ricavi da vendite di biglietti ed abbonamenti coprono circa soltanto il 30% dei costi del servizio del Tpl e Seta non si discosta da questi andamenti. Allo stesso tempo la spinta inflazionistica di questi ultimi anni e la fase economica di recessione sistemica da una parte hanno determinato un aumento dei costi per le aziende e dall’altra maggiori difficoltà per le famiglie, sia quelle dei lavoratori che degli utenti. Muoversi in questo contesto, garantendo un servizio adeguato non è affatto semplice. Tuttavia, è quello che la società fa ogni giorno avendo presente che questo difficile equilibrio è volto non solo alla erogazione di un servizio adeguato ma anche alla tutela del posto di lavoro dei circa mille dipendenti».
In questo quadro che ha descritto, come può muoversi Seta?
«Sono convinta vi siano spazi di miglioramento ma ogni imprenditore sa che i miglioramenti richiedono investimenti in risorse umane e in tecnologia. Effettuare investimenti con i limiti che ho citato è un esercizio che richiede tempi più lunghi di quello che avverrebbe in un contesto di mercato, dove i costi sono coperti significativamente dal fatturato da vendita. Il mercato può introdurre efficienza, ma da solo non assicura equità e universalità: serve un bilanciamento tra competizione, regolazione e garanzia pubblica».
Uno degli aspetti non positivi di Seta è l’intreccio tra soci pubblici e soci privati e il differente peso specifico che c’è tra i primi e i secondi. Una differenza notata e stigmatizzata anche dalla Corte dei conti che ha invitato i soci pubblici a far valere il proprio peso.
«Non sono d’accordo con il suo incipit, mi spiego meglio: io non sono d’accordo sul fatto che “l’intreccio” tra soci pubblici e privati sia necessariamente non positivo, soprattutto quando i soci privati hanno comunque una sensibilità pubblica importante come nel nostro caso. La partnership pubblico-privata può contribuire positivamente alla gestione dell’azienda per le diverse sensibilità e competenze che portano soci che hanno una natura giuridica differente, si tratta esclusivamente di mettere a sistema un dialogo tra i soci, tenendo fermo un punto focale: ovvero che tutti i soci hanno e devono avere i medesimi obiettivi societari: il servizio adeguato, la tutela dei lavoratori ed una gestione economico-finanziaria virtuosa».
Resta che la Corte dei conti ha detto ai soci pubblici di farsi sentire, facendo valere la propria maggioranza...
«Il ruolo della Corte dei conti, in questo caso di controllo, è uno sprone ed un ulteriore elemento di positività perché con il proprio approfondimento supporta i soci pubblici nel focalizzare il proprio ruolo avendo a cuore l’interesse pubblico. Direi che è qualcosa di più di un semplice “invito”: si tratta della necessità di costruire un architrave che consenta a questi soci di avere la capacità di monitorare la società e il servizio in modo puntuale».
Argomento trasversale tra Reggio e Modena: i non idilliaci rapporti sindacali. Le organizzazioni dei lavoratori lunedì saranno in sciopero contro l’aumento dei biglietti e l’utilizzo di autisti gettonisti. Cosa si sente di rispondere?
«Non voglio nascondere le difficoltà che in questi giorni sono emerse chiaramente. Ho avuto modo di partecipare all’incontro con i sindacati avvenuto a Modena l’ho fatto per dare un primo segnale di attenzione e fin d’ora chiarisco che intendo essere presente anche all’incontro che si terrà a Reggio Emilia. Ho ascoltato attentamente le istanze e le osservazioni che sono state rappresentate. Ho colto complessivamente la necessità di ricostruire un dialogo con le organizzazioni sindacali che forse nel tempo è andato affievolendosi e che ha reso alcune decisioni dell’Azienda non del tutto comprensibili dai lavoratori e dalle organizzazioni di rappresentanza. Personalmente penso che ci si muova da posizioni a volte differenti ma che l’obiettivo finale sia comune. Fatta questa premessa penso che ricostruendo un contesto di fiducia reciproca e motivando e spiegando le decisioni aziendali, alcune delle frizioni che si sono generate proprio per questa incomprensione possano risolversi. Per questa ragione ho chiesto che si lavori internamente per dare maggiore visibilità ai numeri che giustificano alcune necessità. Non è semplice perché i “numeri” del TPL hanno bisogno di essere argomentati ma l’Azienda sta lavorando per sintetizzare gli elementi essenziali».
Un assaggio di questa sintesi può darcelo?
«La tariffa urbana è la medesima dal 2016 e il Cda non può che rammentare alle agenzie che nel 2023 le parti avevano stabilito di procedere con una manovra tariffaria nel 2025. Allo stesso modo, capisco comunque che i soci chiedano all’azienda puntuali elementi che non solo giustifichino gli incrementi ma che chiariscano come questi si riverberino positivamente sul servizio». E il ricorso ai gettonisti? «L’azienda deve certamente impegnarsi in programmi di retention, cercando di evitare che nostri autisti trovino altrove migliori condizioni. Siamo impegnati nella formazione di ulteriori autisti, è una cosa che sta già facendo attraverso l’“Academy” tuttavia l’ingresso di nuovi autisti è un processo lungo che prevede un percorso di formazione. Quello che posso dire è che il ricorso all’esterno rispetto al complessivo numero di autisti riguarda in tutto meno di 10 unita rispetto alle circa 800 interne, un numero assai esiguo che si è reso necessario per ovviare a problemi contingenti come malattie, infortuni e altri vicende che determinano momentanee carenze. Sono consapevole che è necessario costruire percorsi che rendano maggiormente attrattivo l’ingresso di nuovi autisti e credo che anche con l’aiuto ed i suggerimenti dei lavoratori e dei sindacati potremo arrivare all’autosufficienza e che questa situazione deve essere temporanea. Per questo quello che chiedo ai sindacati ma anche ai soci pubblici di lavorare con noi su questa strada dell’autosufficienza». © RIPRODUZIONE RISERVATA
