Gazzetta di Reggio

Reggio

Il processo

Crac Reggiana, Compagni chiede mezzo milione ad Alicia Piazza

Ambra Prati
Crac Reggiana, Compagni chiede mezzo milione ad Alicia Piazza

Reggio Emilia: agli sgoccioli il processo che vede imputata l’ex vicepresidente. Il pm ha chiesto una condanna per diffamazione a un anno e 500 euro di multa

4 MINUTI DI LETTURA





 Reggio Emilia Mezzo milione di euro: è la richiesta risarcitoria avanzata, tramite il proprio avvocato, da Stefano Compagni, parte civile nel processo per diffamazione che vede imputata Alicia Rickter Piazza. «Pretesa sproporzionata, Alicia va assolta», ha replicato l’avvocato difensore dell’ex vicepresidente della Reggiana, californiana di 53 anni, ieri assente in tribunale a Reggio dove l’istruttoria è agli sgoccioli. Lady Piazza è accusata di diffamazione aggravata a mezzo stampa ai danni di Compagni, presidente del Cda della Reggiana dall’estate 2015 al primo luglio 2016 e vicepresidente dal luglio 2016 al maggio 2017, in precedenza consigliere. Quest’ultimo ritiene di essere stato offeso dall’allora vicepresidente della società granata per la “Lettera aperta” di fuoco inviata al sito ufficiale “Reggianacalcio” e a diversi siti, nonché di aver rilasciato tra il 4 e l’8 marzo 2018 un’intervista su Sportweek riportata dalla Gazzetta di Reggio in cui riferiva di aver trovato «contratti con firme falsificate, situazioni poco chiare, gente che lavorava per interesse personale e non per l’azienda».

Il pm onorario ha chiesto una condanna a un anno e 500 euro di multa. Ben più articolate le arringhe degli avvocati. Alessandro Carrara, che tutela Compagni, parlando del clamoroso crac della società «che ha provocato tanto clamore e sofferenza tra i tifosi», ha premesso che se lady Piazza «riteneva che fossero stati commessi dei reati, poteva sporgere denuncia e agire legalmente: invece ha scelto di rendere noti i fatti». Secondo Carrara «si fa confusione tra Mike Piazza e Reggiana, ma qui l’imputata è Alicia. Il fallimento della società qui non è rilevante. La moglie, non l’ex presidente, ha pensato bene di puntare il dito». Quando tutto va a rotoli l’imputata «interviene, va alle partite, entra negli uffici, guarda le carte, licenzia, in un lasso di tempo brevissimo (tre mesi) si rivolge a una società di revisione». Secondo la parte civile «è evidente e determinante l’intento diffamatorio. Nella lettera non fa il nome, ma è notorio che dietro i “ladri di polli” ci fossero Maurizio Franzone (direttore generale, ndr) e Compagni». Secondo Carrara «anziché preoccuparsi di prendere decisioni a tutela legale, anziché fare un esame di coscienza, Alicia appronta questo escamotage della lettera per dare del ladro al mio assistito. Come per dire “se è andata male non è colpa nostra, è colpa sua”. L’imputata avrebbe potuto dire di non aver voluto diffamare: invece lei stessa in aula ha dichiarato il contrario, l’intento e la volontà cosciente era “di far sapere a tutti il motivo della fine”. Ne ha il diritto, senza prove e senza una denuncia? L’interesse pubblico non c’era. A cuor leggero l’imputata invia la lettera, senza valutare le conseguenze, dimostrando una superficialità disarmante e preoccupante». Il risultato è che «Compagni non va più allo stadio per non essere fermato di continuo. Un danno evidente, in una piccola città, dove la fede calcistica è radicata e la visibilità di Piazza e Compagni all’epoca è all’apice».

In conclusione, dopo i due episodi della lettera e dell’intervista, «la condotta diffamatoria è di eccezionale gravità. Si chiede la condanna e un risarcimento danni di 500mila euro, oltre alle spese legali e alla pubblicazione della sentenza; in subordine, una provvisionale e il danno da quantificare in sede civile». «Diversi comportamenti, nel crac Reggiana, avrebbero meritato un’indagine più approfondita», ha esordito il difensore Simionato, accennando a «fatti storici scabrosi che non sono assurti a una piena responsabilità penale». Sui testimoni di parte civile, la difesa ha rimarcato come «non sono super partes, bensì soci: Gianfranco Medici, Guido Tamelli, sono amici che da trent’anni condividono passioni e storie economiche». Simionato ha letto per intero il capo d’imputazione. «Si dice che l’imputata abbia dato del ladro a Compagni: ma nel capo d’imputazione non compare mai questa parola, né compare “ladri di polli”», che difatti era il titolo di Newsweek. «Mi sfugge la capacità lesiva e diffamatoria. Ciò che ha detto Alicia è tutto vero: budget raddoppiato, giocatori ingaggiati senza il consenso di Mike, stipendi elevati dei dirigenti. Lo ha confermato in dibattimento la curatrice fallimentare Maria Domenica Costetti: due Range Rover a bilancio, il catering più costoso della città, bollette pagate al direttore sportivo Andrea Grammatica, costi non gestiti». Sul testo della lettera «ritengo che non siano mai stati superati i limiti della continenza: siamo nell’ambito del diritto di cronaca, in un momento congestionato, da parte di persone che ci hanno rimesso 10 milioni di euro, mentre i 4 milioni che avrebbe dovuto versare Compagni non si sono visti. Alicia va assolta perché afferma circostanze vere e verificate in udienza, di interesse collettivo, con continenza verbale». Da qui la richiesta dell’assoluzione piena. «In subordine, poiché l’imputata è incensurata, chiedo la prevalenza delle attenuanti generiche sulle aggravanti», il che in caso di responsabilità comporterebbe «una pena minima contenuta nella sanzione pecuniaria». Il danno? «Se si cerca sul web “Stefano Compagni” non salta fuori nulla di questa storia. E mi stupisce che si tirino in ballo articoli che non fanno parte del capo d’imputazione. La richiesta risarcitoria è sproporzionata e a mio avviso ha il sapore di compensare le perdite di Compagni: dov’è il rischio di impresa?». Nella prossima udienza è attesa la sentenza. l