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«I miei 18 anni da missionaria laica insieme ai poveri del Madagascar»

Ambra Prati
«I miei 18 anni da missionaria laica insieme ai poveri del Madagascar»

Reggio Emilia: Enrica Salsi, 49 anni, è la responsabile del centro di riabilitazione privato Aina a Manakara. «Qui è cambiata è la consapevolezza civile e la coscienza dei propri diritti»

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Reggio Emilia «Ringrazio i reggiani che parteciperanno alla raccolta fondi a favore delle strutture sanitarie in Madagascar. Tanto è stato fatto, ma ancora tanto resta da fare». Enrica Salsi, 49 anni, laica missionaria fidei donum dalla Diocesi di Reggio alla Diocesi di Farangana, lavora e vive nell’isola rossa da ben 18 anni, tornando in città nei mesi estivi. È la responsabile del centro di riabilitazione privato Aina a Manakara (che Enrica gestisce dal 2022, dopo la morte del fondatore Luciano Lanzoni, storico missionario della Diocesi di Carpi) e responsabile dell’ospedale psichiatrico statale di Ambokala, sempre nella costa sud-orientale. Il legame tra Reggio e il Madagascar è di lunga data: il primo a partire, nel 1961, fu don Pietro Ganapini.

Com’è cambiato il Madagascar, Paese al di fuori dei circuiti internazionali?
«La moneta non vale nulla, gli stipendi sono molto bassi (si vive con meno di 2 euro al giorno), quasi nessuno ha contratti regolari se non gli statali e quasi nessuno paga le tasse. La prospettiva di vita si aggira sui 60 anni. La sanità è migliorata, così come le comunicazioni: quasi tutti hanno un telefonino. In altri campi invece c’è stato un peggioramento, ad esempio nelle strade e nelle interruzioni improvvise di energia elettrica o acqua, strettamente legate alla corruzione. Quella che è cambiata è la consapevolezza civile e la coscienza dei propri diritti: vedi le proteste del settembre scorso, messi in atto dalla generazione z».
Di cosa si occupano i vostri due centri?
«Premetto che la sanità malgascia è tutta a pagamento e va pagata in anticipo, con prezzi proibitivi e sproporzionati rispetto al costo della vita: di fatto la sanità è appannaggio dei ricchi. Per di più l’ospedale si occupa dell’intervento tecnico, ma assistenza, cibo e igiene è a carico dell’accompagnatore, di solito un familiare che deve lasciare il lavoro; perfino le sale parto vengono pulite dai familiari. Eppure le medicine costano come in Italia: nel 2008 mancavano, poi siamo riusciti a farle arrivate su un circuito malgascio. Noi cerchiamo di aiutare chi è non ha possibilità. Gli handicap fisici e la malattia mentale non vengono affrontate dalla popolazione poiché sono considerate malattie senza speranza. Nel tempo i passi avanti si sono registrati. La fisioterapia ha mostrato che si possono curare le patologie più diffuse, un tempo nascoste in casa: piedi torti, bimbi idrocefali, protesi per gli altri. La malattia psichiatrica non viene più vista con paura e abbiamo una mensa interna e una scuola per i figli dei malati».
Siete un baluardo sociale?
«Certo. Quando abbiamo iniziato pochi ci credevano. Ora Aina è il centro di riferimento regionale per la fisioterapia, l’ospedale psichiatrico è l’unico esistente in tutto il sud. Le famiglie contribuiscono per quello che possono, il resto lo mettiamo noi». Risultati raggiunti? «Quest’anno centro di fisioterapia abbiamo avuto 315 nuovi pazienti nuovi: ora iniziano ad arrivare i bimbi piccoli, di 2-3 anni, con guarigioni più elevate. Facciamo informazione via radio, unico mezzo che arriva anche nei villaggi più sperduti, e insieme al passaparola i pazienti aumentano».

Come vi sostenete?

«Non c’è un finanziamento: si fanno piccoli progetti e si cercano sostenitori, di solito privati e associazioni. Non mi lamento, ce la facciamo, anche se adesso è più difficile trovare volontari che restino un anno: temono di perdere il treno del lavoro».
Cosa le manca del Madagascar quando è a Reggio?
«A casa mi godo le comodità, come una doccia calda, e il riposo. Mi mancano le persone, i momenti di condivisione, la vita semplice».  © RIPRODUZIONE RISERVATA