Reggiano dell’anno 2025, vincono i biologi Alessia Ciarrocchi e Emanuele Vitale
La coordinatrice e il ricercatore del Laboratorio traslazionale dell’Ausl-Irccs premiati dai lettori della Gazzetta per la loro ricerca sulle cellule tumorali
Reggio Emilia C’è chi ha salvato una vita quando questa stava per perdersi irrimediabilmente; C’è chi si è ricordato del posto che lo ha visto nascere e ha pensato di ripagare quei luoghi del cuore, con una generosa donazione a favore della collettività; C’è chi ha deciso di mettersi in gioco per cambiare, in meglio, questo mondo.
Al fine di tirare le fila del 2025, abbiamo chiesto ai lettori della Gazzetta di Reggio di pronunciarsi, chiedendo loro di indicare chi – il più delle volte lontano dai riflettori – dovesse rappresentare al meglio il nostro territorio. E alla fine, il risultato costituisce la prova di quanto i reggiani siano legati al la sanità pubblica, al loro “Santa Maria” o più in generale, di quanto valore attribuiscano al prendersi cura del prossimo. Già, perché ad aggiudicarsi il titolo di Reggiano dell’Anno, sono stati, con il 19,9% dei voti i biologi Alessia Ciarrocchi e Emanuele Vitale, rispettivamente coordinatrice e ricercatore del Laboratorio di ricerca traslazionale dell’Ausl-Irccs di Reggio. La motivazione: la scoperta di una proteina che consente ai tumori di estendersi e diventare più aggressivi.
La classifica
Alessia Ciarrocchi ed Emanuele Vitale 280 voti (19,8%), Laura Zanelli e Giuseppe Poli 255 (18%), Letizia Levorato 198 (14%), Mirko Valgiosi 186 (13,2%), Mame Saliou 168 (11,9%), Sara Balotta 105 (7,4%), Paolo Ghirelli 60 (4,2%), Giusy Caprari 57 (4%), Sandra Zambelli 56 (4%), Caterina Artoni 49 (3,5%).
L’intervista
Dottoressa Ciarrocchi, che valore dà a questo riconoscimento che arriva al suo gruppo di lavoro per questa particolare ricerca che si è sviluppata nel Laboratorio dell’Irccs e la cui validità è stata riconosciuta a livello internazionale con la pubblicazione sul Journal of Experimental & Clinical Cancer Research?
«È indubbiamente un risultato che fa piacere, soprattutto perché ci conforta nella convinzione che i reggiani abbiano ben chiaro il valore di ciò che facciamo nei nostri laboratori e di quanto questo sia importante per la difesa del grande patrimonio di sanità pubblica che caratterizza Reggio Emilia e l’Emilia Romagna tutta. È per noi grande motivo d’orgoglio sapere di essere riusciti a trasmettere alla comunità di Reggio l’importanza del lavoro che facciamo».
Qual è l’effettiva portata della ricerca che porta la firma del dottor Emanuele Vitale?
«Di questo lavoro, finanziato dall’Airc, siamo particolarmente orgogliosi. Per il fatto che è partito nel pieno del periodo Covid e quindi ha rischiato di arenarsi. Ma soprattutto perché ci ha consentito un autentico salto di qualità in quella che è la cosiddetta ricerca di base che costituisce il punto di partenza fondamentale di ogni percorso che dal vetrino del microscopio porta fino alle terapie più all’avanguardia».
Nella sua tesi di dottorato, il biologo Emanuele Vitale ha spiegato nel dettaglio il ruolo di questa proteina nello sviluppo di certe neoplasie...
«L’obiettivo che ci siamo posti all’inizio di questo lavoro era capire quali fossero i meccanismi con cui si sviluppano i tumori. E la ricerca ci ha permesso di accertare che Runx2, proteina che lega il Dna, è in grado di dirottare il metabolismo delle cellule tumorali promuovendo la loro aggressività, in particolare nel carcinoma della tiroide e in quello della mammella. Il nostro lavoro ci ha permesso di appurare come, alla base dello sviluppo delle cellule tumorali , esista una gerarchia di comando, con veri e propri “direttori d’orchestra” che impartiscono alle cellule tutte le direttive necessarie per espandersi. Riuscire a individuare l’esistenza di questa catena di comando, ci consentirà un giorno di spezzarla».
È questa la seconda fase della ricerca partita da Reggio?
«Certamente è uno degli obiettivi a cui stiamo lavorando , con il dottor Vitale che ha ottenuto un ulteriore finanziamento dall’Airc per una nuova borsa di studio ad hoc. L’obiettivo di questa seconda fase è seguire la riorganizzazione del metabolismo di queste cellule per capire in che modo sia poi possibile intervenire per neutralizzare questi direttori d’orchestra. È una sfida complessa perché le malattie, soprattutto quelle di questo tipo, si evolvono molto velocemente e per questo non sempre la risposta giusta è necessariamente la più nuova».
Sta dicendo che non sempre alla fine di questo lavoro di ricerca c’è un farmaco nuovo e miracoloso?
«È così. E se mi permette, non mi piace nemmeno la parola “fine” associata a un lavoro di ricerca come il nostro. Se una ricerca è finita significa che chi l’ha condotta ha sbagliato o dimenticato qualcosa. E per quanto riguarda le terapie farmacologiche, dobbiamo evitare il rischio di farci prendere dalla frenesia di un farmaco nuovo a tutti i costi. Credo piuttosto che il futuro sia sempre più legato a un utilizzo più razionale dei farmaci esistenti: è questa la strada che dobbiamo provare a percorrere sempre di più, sfruttando un vantaggio tutto reggiano».
Quale sarebbe questo vantaggio reggiano?
«Il fatto che il nostro laboratorio traslazionale è inserito in un ecosistema che tiene insieme l’arcispedale, l’Irccs e gli altri ospedali della provincia: la sostanza di uno slogan concreto come pochi, come è quello della ricerca che cura. In questo senso il vantaggio per chi fa ricerca in questo contesto è evidente ed è anche il segreto dei risultati di questo Laboratorio che ho il privilegio di guidare».
Risultati di cui andare legittimamente orgogliosi...
«Certo, e non parlo soltanto di questo che ci è valso il finanziamento dell’Airc , e anche il riconoscimento dei lettori della Gazzetta. No, penso a tutti i grandi progressi fatti dal laboratorio in questi ultimi anni che hanno portato il nostro ad essere uno dei centri di ricerca più affermati a livello nazionale e ora noti anche a livello internazionale. Lo dico perché se questo importante lavoro sul funzionamento delle cellule tumorali è stato pubblicizzato come meritava, altre importanti ricerche hanno avuto riconoscimenti importanti, pur senza una ribalta mediatica simile. Penso ad esempio a tre nostri lavori presentati al Congresso Usa di Ematologia. E si tratta soltanto di una parte del grande lavoro svolto quotidianamente nel nostro laboratorio di ricerca. E la cosa che mi rende più orgogliosa è che tutto questo sa qual è?».
Mi dica...
«Che tutto questo è il frutto di una grande e quotidiana scommessa sul capitale umano. Sono sempre più convinta che è solo puntando sul capitale umano che si possono raggiungere in ambito scientifico risultati di questo livello. A Reggio poi c’è un fattore in più che ci dà grande forza...».
Quale sarebbe questo fattore in più?
«Il rapporto quotidiano con le tante associazioni di volontariato e di famiglie di pazienti che supportano la nostra sanità. In un mondo in cui la necessità di nuove e sempre più costose tecnologie va di pari passo con le scoperte scientifiche, anche il loro apporto è fondamentale».
