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L’intervista

Luciano Ligabue si confessa al Bsmt: «All’apice ho pensato di mollare: ecco cosa mi ha fatto cambiare idea»

Luciano Ligabue si confessa al Bsmt: «All’apice ho pensato di mollare: ecco cosa mi ha fatto cambiare idea»

Il Liga è stato ospite al popolare podcast di Gianluca Gazzoli. Il rocker correggese ha parlato di tutto, dalla pressione dei paparazzi, all'incontro con Sinner, fino a quando è stato invitato dal Bayern Monaco ad assistere a una partita contro l’Inter

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Reggio Emilia «Ho attraversato anche qualche momento di crisi nella carriera e in uno che è stato particolarmente tosto avevo già comunicato al mio gruppo che mi sarei ritirato. Poi andando a casa ci ho ripensato. Quella è stata la molla che mi ha sospinto ad andare avanti, 25 anni fa».

Tanta musica, il lungo rapporto con i fan, la passione per lo sport. È un racconto a tutto campo quello di Luciano Ligabue, ospite della puntata di “Passa dal Bsmt”, il popolare podcast di Gianluca Gazzoli su Youtube. Luciano Ligabue arriva al Basement come uno che non ha bisogno di presentazioni, ma che continua a interrogarsi. La puntata diventa così un lungo racconto sulla popolarità, sul tempo che passa, sulla musica che cambia e su un rapporto con il successo mai del tutto pacificato.

A colpire, fin dall’inizio, è il modo in cui Ligabue parla dell’esposizione pubblica. Non nasconde il disagio provato negli anni dell’esplosione dei telefonini: «Non mi è mai piaciuto essere fotografato. Quando tutti hanno cominciato a fare foto ho detto: o ci convivo o muoio». Oggi, spiega, quello sguardo è cambiato: «Adesso li vedo più come un segnale di affetto che come un’intrusione nella vita privata».

Quando si parla di Sanremo, Ligabue non usa mezzi termini. Più che la gara, lo colpisce «l’enorme pressione»: «C’erano paparazzi sui tetti che fotografavano chi entrava dal retro. È un’esagerazione totale». Una pressione che «non fa bene alla musica», anche se riconosce che i più giovani sembrano viverla con maggiore naturalezza, complice una crescita “attraverso i telefonini”. Il cuore emotivo dell’intervista arriva quando racconta il rapporto con il pubblico. «I concerti sono un contesto unico – dice –. Puoi cantare, commuoverti, abbracciare chi ti sta vicino. Non esistono altri luoghi così». È per questo che non riesce mai a dare il live per scontato: «Sono talmente concentrato sulle facce delle persone che rischio di perdere il filo delle canzoni».

E poi gli aneddoti: l’emozione nell’incontro con Jannik Sinner a Wimbledon, il fascino per il gioco solitario del tennista, la sorpresa quando, invitato dal Bayern Monaco ad assistere a una partita contro l’Inter, ascoltò i tifosi tedeschi intonare “Montagne Verdi”, inno della squadra. E ancora, la storia, diventata di tanti, del celebre brano “Una vita da mediano”. Non manca il lato fragile. Ligabue, tra le tante cose, ricorda un periodo in cui aveva deciso di ritirarsi: «Avevo convocato il gruppo, ero in difficoltà nel palleggiare un certo tipo di successo». L’idea di smettere, però, si è scontrata con una certezza: «Pensavo: come faccio a non fare più concerti?». È lì che ha capito che il palco era irrinunciabile.

Tra le canzoni più travisate cita senza esitazioni “Happy Hour”, trasmessa durante i mondiali di calcio del 2006, portati a casa con successo dall’Italia: «Una parte dei fan la vedeva come un tradimento» racconta il rocker correggese. Durante i concerti alcuni si voltavano di spalle in segno di protesta. «Adesso sono gli stessi che ballano sotto il palco – sorride –. Anche quella era una forma d’amore».

Il racconto si chiude tornando alla leggerezza cercata e mai completamente raggiunta. «Non sono leggero di natura», ammette il Liga. Ma sul palco, ancora oggi, qualcosa cambia: «È il posto a cui non riesco a rinunciare, il luogo dove mi sento più sicuro». E forse è proprio questa contraddizione — tra timidezza e forza, tra peso e libertà — a spiegare perché, dopo circa 900 concerti, Ligabue continui a parlare al presente.