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«Io, arrivato con un barcone dalla Costa d’Avorio, abito in via Turri e ho paura di fare uscire i miei figli per giocare»

Serena Arbizzi
«Io, arrivato con un barcone dalla Costa d’Avorio, abito in via Turri e ho paura di fare uscire i miei figli per giocare»

Il racconto di Thierry Sohou, 39 anni, che vive con la sua famiglia in zona stazione a Reggio Emilia: «Devo fare la guardia per la sicurezza dei miei bambini».

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Reggio Emilia «Temo per la sicurezza dei miei figli: sono costretto a fare la guardia contro gli spacciatori, perché non danneggino l’ingresso del nostro palazzo e perché non facciano del male alla mia famiglia. Chiediamo che si trovi una soluzione per i cittadini onesti che hanno scelto di vivere nel quartiere della stazione ferroviaria».

Thierry Sohou ha 39 anni, viene dalla Costa d’Avorio e da un anno e mezzo abita nel quartiere della stazione. Sohou è arrivato in Italia come rifugiato e, dopo il trasferimento in un campo di Bologna, è arrivato a Reggio Emilia, dove lo ha raggiunto la moglie e dove ha scelto di vivere insieme alla sua famiglia, in via Turri. Il 39enne ha appreso il mestiere di metalmeccanico, che svolge prendendo ogni giorno il treno per Castelfranco. Thierry chiede più sicurezza per continuare a vivere nella zona che ha scelto come casa.

Sohou, com’è la vita nel quartiere della stazione?

«È diventato molto pericoloso, per la natura delle persone che occupano gli spazi in cui viviamo. Devo fare la guardia per la sicurezza dei miei bambini. Chiedo aiuto al Comune per migliorare le condizioni di chi abita qui. Ho paura di fare uscire i miei figli».

Cosa succede, ad esempio?

«A volte, a metà pomeriggio, intorno alle 16.30-17 le persone litigano, anche armate, con i coltelli. E io devo uscire di casa per cercare di liberare da loro il nostro ingresso, oltre che per vigilare anche contro chi butta i rifiuti fuori dai contenitori appositi».

Thierry, com’è arrivato in Italia?

«Sono arrivato su un barcone, sono approdato dalla Tunisia al sud Italia, precisamente a Trapani. Da lì siamo stati portati a Bologna, poi a Reggio Emilia».

Cosa ha fatto quando è arrivato qui?

«Sono andato a scuola per imparare bene l’italiano, ho frequentato dei corsi di saldatura per imparare un mestiere, per diventare magazziniere, elettricista. Ho appreso diverse mansioni che mi sono state utili, con la cooperativa Dimora d’Abramo. E qui in Italia ho incontrato mia moglie».

Come vi siete conosciuti?

«Ci siamo incontrati a Bologna, nel campo di rifugiati. Arriviamo dallo stesso Paese ma ci siamo conosciuti qui in Italia e non ci siamo più lasciati. Ci siamo innamorati e sposati, mia moglie si chiama Alessandrina».

Avete deciso di venire insieme a Reggio?

«Io ero già qui. Lei è rimasta incinta e poi si è trasferita qui da Ferrara. A Reggio abbiamo deciso di formare una famiglia e di viverci».

Perché avete scelto questa città?

«A dire il vero, non ho avuto la possibilità di conoscerne molte altre, in Italia. Appena arrivato non uscivo molto spesso dal campo per i rifugiati. Qui ho frequentato, appunto, la scuola, e ho tentato di aspirare a una vita migliore rispetto a quella che mi ero lasciato alle spalle: la fortuna mi ha sorriso e ho deciso di rimanere qui».

Che lavoro fa?

«Faccio il metalmeccanico e saldatore, in un’azienda che ha più sedi: io lavoro a Castelfranco Emilia (Modena), dove vado ogni giorno».

Perché ha scelto il quartiere della stazione?

«Ho scelto questa zona perché è vicina alla stazione e prendo il treno ogni giorno per andare al lavoro. Oltre al fatto che presenta più opportunità anche per mia moglie per gli spostamenti. Abbiamo due bambine, una di un anno e otto mesi e la più grande di 5 anni».

Cosa si può fare per migliorare la situazione?

«Vicino ai punti in cui c’è la Polizia la situazione è più sicura. Da noi gli alberi bloccano la luce. Serve migliorare la condizione del condominio dove abitiamo, in via Turri, che costa tanto, e viene permesso a tante persone di entrare ugualmente per fare quello che vogliono. Tanti entrano in modo abusivo, anche con la bicicletta. Entrano dall’esterno per fare i propri comodi, senza averne il diritto. A volte si mettono a dormire, a volte fanno i propri bisogni in corridoio. C’è la telecamera ma non sempre è utile per isolare il problema. Spero in qualche cambiamento e che arrivi qualcosa di buono per chi, onestamente, mantiene la propria famiglia e vorrebbe vivere tranquillo in casa propria». l© RIPRODUZIONE RISERVATA