Manifattura San Maurizio, prove di distensione tra le lavoratrici e il gruppo Max Mara
Ieri pomeriggio (13 gennaio) è andato in scena l’incontro tra i rappresentanti sindacali della Cgil delle sarte e l’azienda
Reggio Emilia Ricostruire “un clima sereno” in azienda. E' l'obiettivo del gruppo Max Mara che, dopo le due giornate di sciopero (definite "storiche" perché le prime dal 1980) andate in scena a maggio del 2025, ha incontrato ieri pomeriggio (13 gennaio), nella sede di Confindustria, i rappresentanti sindacali della Cgil delle sarte di Manifattura San Maurizio.
L'incontro, a quanto si apprende, viene giudicato positivo perché, da quanto trapela, ci sarebbero stati “chiarimenti” sulle mobilitazioni (anche se le parti sono rimaste sulle proprie posizioni). Ma, soprattutto, è ripartito un confronto che ora proseguirà con al centro la piattaforma di rivendicazioni sindacali presentata all'azienda ad ottobre scorso. Sono già state fissate due nuove date per sviluppare un percorso che abbia come traguardo – auspicano le lavoratrici – un'ipotesi di accordo di aziendale di secondo livello. Per il momento ci si concentra però sul ripristino di relazioni sindacali positive.
Quanto ai problemi evidenziati dai sindacati nella piattaforma, alcuni di questi sono stati sviscerati pubblicamente lo scorso 12 dicembre, quando Maria Arca Ascione, delegata sindacale della Filctem-Cgil, li ha esposti dal palco di piazza Gioberti dove si era conclusa la manifestazione dello sciopero generale della Cgil contro la Manovra. In piazza, la lavoratrice fece presente come nella Manifattura di San Maurizio non si applicasse il contratto nazionale dell'industria tessile, ma un regolamento interno deciso in maniera unilaterale dall'azienda senza confronto con le operaie. E questo ha come conseguenza, spiegò Ascione, che la proprietà decide quindi le regole sugli orari, le pause, le modalità di utilizzo di ferie e permessi, ma anche sugli aspetti retributivi ed economici.
Le sarte, aggiunse poi la Rsu della Filctem, lavorano per la maggior parte a cottimo e hanno pochi centesimi di secondo per svolgere alcune operazioni come si fa in una catena di montaggio. «E se non raggiungiamo un numero di capi al giorno deciso dall'azienda, chiamato “K100”, possiamo ricevere richiami disciplinari e riduzioni dello stipendio», disse ancora Ascione parlando infine di malattie professionali di molte sue colleghe, che peggiorano all'avanzare dell'età.
