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Dal nostro inserto Scuola2030

«Mio fratello Paolo Castaldi, ucciso dalla camorra, oggi rappresenta un grido contro la mafia»

Ettore Ferri e Hamza Wahbi*
«Mio fratello Paolo Castaldi, ucciso dalla camorra, oggi rappresenta un grido contro la mafia»

L’intervista ad Anna Castaldi, ospite all’istituto Nobili di Reggio Emilia nell’ambito di un progetto con Libera

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Grazie alla stretta collaborazione di Libera Reggio Emilia con le scuole superiori della provincia abbiamo avuto l’opportunità di intervistare l’attivista Anna Castaldi, sorella della vittima innocente di camorra Paolo Castaldi. Abbiamo capito così, grazie a lei, che la memoria non si commemora ma si esercita, che ricordare è un’azione politica da cui parte ogni vero cambiamento. Paolo Castaldi aveva 20 anni e un futuro davanti. Ma quel futuro gli fu strappato la sera del 10 agosto 2000 a Napoli, nel quartiere periferico di Pianura. Lui e il suo amico Luigi Sequino, di 21 anni, furono uccisi mentre erano in auto sotto casa. Furono scambiati per i guardaspalle di un capo camorra della zona, Rosario Marra. Anna Castaldi, in questa intervista che la vede protagonista, trasforma quel dolore in una voce chiara e potente.

Come preferisce che venga ricordato suo fratello oggi?

«Preferisco che venga ricordato per le cose belle che ha fatto. Paolo amava tanto gli animali e le persone a lui care. Inoltre, aiutava tanto coloro che avevo bisogno. Era un ragazzo dal cuore d’oro».

Cosa significa per lei vedere il nome di Paolo tra quelli ricordati da Libera o altre associazioni contro le mafie?

«Quando viene pronunciato il nome di mio fratello è un grande dolore; però andare alle manifestazioni per ricordare Paolo e le altre vittime innocenti di mafia mi dà molta forza».

Esistono iniziative, luoghi o momenti dedicati a Paolo che la rendono particolarmente orgogliosa?

«La “Casa dei Giovani” a Pianura, il bene confiscato alla Camorra di proprietà di coloro che hanno ucciso Gigi e Paolo. I miei genitori e quelli di Gigi hanno fondato l’associazione “Le voci di Gigi e Paolo”, che partecipa alle attività promosse in questo luogo».

Cosa ricorda del giorno in cui fu ucciso?

«Ricordo che ero a Piacenza, erano le 5 di mattina ed ero a lavorare. All’improvviso vidi arrivare i fratelli di mio padre, i miei zii, con mio marito: erano venuti a prendermi. Razionalmente non riuscivo a capire per quale motivo fossero venuti da me, ma poi mio zio mi spiegò cos’era successo. Ricordo di essere partita alla volta di Napoli con la speranza di trovare ancora Paolo, ma quando arrivai a casa era tutto molto diverso da come lo immaginavo: mio fratello non c’era più».

Cosa prova quando ritorna a Pianura?

«Tanto dolore. Io ritorno a Pianura perché ci sono mia madre, mio padre e attualmente mia figlia, che studia a Napoli. Soprattutto però vado a Pianura per Paolo, per andare a trovarlo al cimitero. Pianura non ha più niente da offrirmi, ma resta il posto da cui è iniziata la mia vita dopo Paolo, per Paolo».

Com’è cambiata la sua vita dopo la sua morte?

«Sono diventata più forte. Sono mamma di tre principesse e Paolo, ancora oggi, mi dà la forza di andare avanti. Ho conosciuto Libera contro le mafie qui a Reggio Emilia e ho trovato in loro una seconda casa. Questo ha dato forza anche alla mia di famiglia. Lottare per lui mi ha dato un senso, una speranza ma anche una missione da compiere».

C’è un ricordo di lui che la fa ancora sorridere?

«Paolo era un amante degli animali, in particolare dei cani. Ne aveva uno e ricordo che mi faceva i dispetti approfittando del fatto che avevamo la cameretta in comune. Paolo gli dava da mangiare tutti i miei peluche e da lì partivano i nostri litigi, che mi mancano più che mai».

Le va di raccontarci com’era suo fratello nella vita di tutti i giorni?

«Era un ragazzo semplice ma responsabile. Si alzava sempre molto presto perché alle 7 andava a lavorare in salumeria, dedicava tempo alla famiglia e anche alla sua fidanzata. Era un ragazzo con la testa sulle spalle che credeva nel suo lavoro e nelle persone».

C'era un sogno, un progetto che Paolo voleva realizzare magari in futuro? «Paolo sognava di venire al Nord a lavorare e aprire un’attività insieme a me e a mio marito. Voleva costruirsi una vita qui, ma non per fuggire, ma per costruire qualcosa di proprio, mettere su famiglia. Un sogno semplice che purtroppo non potrà mai realizzare».

Che cosa pensa rappresenti Paolo per chi lo ha conosciuto davvero?

«Per chi lo conosceva veramente – amici, familiari, persone del quartiere – Paolo oggi rappresenta un grido. Il grido contro tutto ciò che è accaduto e che purtroppo ancora accade. La sua storia ha dato voce al dolore silenzioso di tanti e ha spinto persone che prima non parlavano, persino commercianti minacciati, a unirsi e a ribellarsi. Non è più solo il ricordo di un ragazzo buono, ma è diventato un simbolo per la nostra comunità».

Come vive la memoria di Paolo?

«Cerco di ricordarlo ogni giorno, parlando di lui, soprattutto ai giovani. Spiego la mia storia dall’inizio alla fine, racconto chi era, cosa amava, cosa sognava. Lo faccio nelle scuole, durante gli incontri. Voglio che i ragazzi sappiano che Paolo era una persona normale, che lavorava, amava la famiglia e guardava avanti».

Che messaggio vorrebbe dare ai giovani?

«Di studiare, guardare avanti con rettitudine senza voltarsi mai indietro per paura. Di parlare sempre con i genitori, perché la famiglia è la prima cosa. E di capire che la mafia si combatte stando insieme, coltivando la memoria delle vittime innocenti. Bisogna essere coraggiosi e camminare insieme, a piccoli passi».

*Studenti dell’istituto Nobili

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