«Strage di Bologna, ci furono 17 depistaggi contro la verità»
Così le motivazioni della sentenza di Cassazione che ha confermato l’ergastolo a Paolo Bellini
Reggio Emilia Sono stati 17 i depistaggi contro la verità sulla strage di Bologna, il più grave delitto commesso in epoca repubblicana in cui morirono 85 persone e 200 rimasero ferite. Lo dice la motivazione della sentenza con cui la Cassazione ha confermato l’ergastolo per Paolo Bellini e le condanne agli altri due imputati: l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel (sei anni per depistaggio) e Domenico Catracchia, ex amministratore di via Gradoli (quattro anni per false informazioni al pm). «La sentenza depositata venerdì pomeriggio dalla sesta sezione della suprema corte di Cassazione è il momento finale di un percorso giudiziario che dura da anni – affermano gli avvocati Andrea Speranzoni e Alessandro Forti, difensori dei famigliari delle vittime – e conferma con grande importanza l’impianto motivazionale delle due sentenze di merito in punto di responsabilità dei nuclei neofascisti di Avanguardia Nazionale, Terza Posizione e Nar nell’aver perpetrato la strage, del ruolo di copertura dei servizi segreti e di organizzazione e finanziamento della strage da parte della Loggia Massonica P2. È una sentenza importantissima – proseguono i legali – perché conferma le sentenze di merito e propone ragionamenti raffinati in punto di prova. Conferma, inoltre, che si è arrivati alla verità giudiziaria sui mandanti organizzatori e finanziatori della strage, nonostante i depistaggi. Ne vengono calcolati 17 all’interno delle motivazioni della sentenza, a conferma dei tantissimi ostacoli che sono stati nel tempo frapposti all’accertamento della verità. È una magistratura autonoma e indipendente quella che è arrivata a questo risultato – una magistratura sotto attacco in questo Paese, in questo momento storico –, che ci consegna una verità preziosissima sul più grave delitto commesso in epoca repubblicana, che ha colpito Bologna e la Repubblica italiana e su cui è necessario fare una riflessione. Il delitto che emerge dal processo “Mandanti” è nato da logiche di ricatto politico e di utilizzo della violenza politica per condizionare la democrazia repubblicana. La sentenza è un sigillo finale con contenuti estremamente preziosi per capire le dinamiche peggiori del potere infedele alla Costituzione del nostro Paese. Dopo anni di battaglie giudiziarie è motivo di grande soddisfazione avere questo risultato».
Tantissime le sfaccettature delineate dalla motivazione della sentenza di condanna della Primula Nera, Paolo Bellini. I giudici annotano come i rapporti tra l’imputato e Avanguardia Nazionale «fossero stati esplicitamente ammessi nello stesso atto di appello di Bellini. Il che rendeva pacifico il fatto che Paolo Bellini fosse stato per anni costantemente in contatto, oltre che con la destra istituzionale, anche con diversi esponenti della destra eversiva», annotano i giudici della Suprema Corte. Un passaggio toccante e doloroso riguarda i rapporti di Bellini con i servizi segreti deviati e la copertura garantitagli. «Con riferimento ai rapporti di Paolo Bellini con i servizi segreti, i servizi di sicurezza e Ugo Sisti, all’epoca della strage procuratore di Bologna», la sentenza impugnata dalla difesa ha definito pacifica la prova che Bellini si era reso più volte disponibile a svolgere attività investigative informali e ha avuto contatti diretti e personali con persone collegate ai servizi di sicurezza. Nel corso dei processi è risultato «manifestamente provato il depistaggio a favore del latitante Paolo Bellini, operato dal procuratore di Bologna Sisti, quando non aveva riferito agli agenti di polizia giudiziaria che stavano cercando prove a carico dello stesso Bellini in relazione alla strage che, questi, alias “Roberto Da Silva”, era in quel momento a pochi metri di distanza, consentendogli di fuggire sotto gli occhi degli agenti. Inoltre la sentenza impugnata ha ritenuto dimostrato che tale attività di copertura e depistaggio era stata effettuata da Sisti con appartenenti ad apparati istituzionali, compresi i servizi segreti, a lui “fedeli”». l © RIPRODUZIONE RISERVATA
