Metal detector a scuola, cosa ne pensano studenti e docenti reggiani
Dopo l’omicidio in classe a La Spezia, la proposta del ministro dell’Istruzione Valditara fa discutere
Reggio Emilia «Quello che noi possiamo e dobbiamo fare, in quelle scuole di maggior rischio dove vi sono delle problematiche, è consentire al preside di installare, magari d’intesa con il prefetto, dei metal detector». Sono le parole pronunciate dal ministro all’Istruzione, Giuseppe Valditara, in seguito al terribile episodio che si è verificato in una scuola superiore della Spezia, con un ragazzo di 18 anni, Abanoub Youssef, che ha perso la vita a causa di una coltellata inflittagli da un compagno. Ieri mattina siamo andati al Polo Scolastico di via Makallè, frequentato da circa seimila alunni, per capire l’umore di studenti e docenti in vista di una possibile svolta, comunque ancora nel campo delle ipotesi ma già abbastanza discussa nell’ambiente scolastico. Al Nobili, fanno sapere, la dirigente scolastica Paola Conti preferisce rimanere in attesa di provvedimenti, mentre al Matilde di Canossa incontriamo la classe 5ª N e parliamo con gli alunni maggiorenni, sentendo la loro posizione. I ragazzi si soffermano con emozione sull’episodio della Spezia che, anche se a distanza, li ha coinvolti da vicino. Non si sottraggono al confronto, riflettono su quanto accaduto e pongono il tema sicurezza sulla loro realtà di tutti i giorni.
I ragazzi
«Sono favorevole alla possibile introduzione dei metal detector, ma dipende dalla modalità – dice Shala Lediona –. A noi studenti darebbe maggior tranquillità anche se sarebbe poco pratico far passare più di mille adolescenti sotto gli scanner tutte le mattine. Credo che il provvedimento vada differenziato scuola per scuola». Si aggiunge Sofia Acosta, compagna di classe: «Sarebbe forse utile ma non di certo funzionale. Queste procedure rallenterebbero non di poco le procedure d’ingresso a scuola – dice – senza contare che l’impianto suonerebbe molto spesso, considerando le forbici nell’astuccio o anche solo un semplice accessorio di metallo». Per la ragazza di quinta, a pochi mesi dalla maturità, c’è poi un altro tema da non sottovalutare: l’intervallo, con la possibile presenza di tantissimi coetanei di altre scuole (il Pascal e il Nobili) nell’atrio interno e con facilità da parte di sconosciuti di entrare agevolmente nei tre istituti attraverso i due cancelli lato tribunale e via Makallè, appunto: «Ci dovrebbe sempre essere qualcuno a controllare, sarebbe molto impegnativo anche per il personale», aggiunge. La situazione della sicurezza al Matilde di Canossa, comunque, è al momento sotto controllo, non si segnalano episodi gravi. «Al Canossa stiamo bene, non si registrano situazioni pericolose – afferma Arianna Valli–. L’installazione di metal detector farebbe stare tutti noi più tranquilli, ma troppe cose sarebbero da chiarire. Si entrerebbe in classe molto più tardi». Lorenzo Isopi, allora, ha una soluzione: «Più che i metal detector, ritengo più valido adottare le punizioni per i soggetti più a rischio, provando a puntare sulla strada dell’educazione. Meglio un rapporto o una sospensione che rischiare una tragedia».
I professori
Sino a qui, la linea dei ragazzi è abbastanza chiara, ma anche tra i docenti i pareri non si discostano di molto: molta prudenza e sopratutto uno sguardo attento alla realtà, che non può essere esapserata. Luca Manini, professore di inglese, afferma: «Io sono contrario a questa ipotesi lanciata dal ministro». Manini ne fa una questione prettamente educativa: a suo dire, infatti, «passerebbe il messaggio di una criminalizzazione generalizzata degli studenti, sarebbe come dire che tutti gli studenti sono pericolosi. Qui al Matilde di Canossa, invece, grandi problemi non ne abbiamo. Come al solito si tende a generalizzare tutto, ogni scuola invece ha la propria realtà e la nostra si basa sulla tranquillità». Per Manini, quindi, un’eventuale decisione di questo tipo del ministero dell’Istruzione sarebbe «un’imposizione troppo severa. Da parte di una certa classe politica c’è sempre un tentativo di criminalizzare e punire a discapito del dialogo e dell’inclusione: sono aspetti che curiamo tutti i giorni a scuola. Le punizioni possono essere utili se associate al dialogo per crescere, senza fare di tutta l’erba un fascio». Sulla stessa linea anche la docente di matematica, Paola Conti, che dice: «Sono abbastanza sfavorevole in merito alla possibile introduzione di questa misura, che troverei di difficile impostazione e applicazione. Preferisco impostare i rapporti sul dialogo». Anche Conti tende a differenziare a seconda della situazione che ci si trova davanti: «Magari ci sono realtà di scuole più a rischio, che potrebbero beneficiare di questa misura. In sostanza, è per me una soluzione d’effetto e poco attuabile nelle nostre scuole».l © RIPRODUZIONE RISERVATA
