Gazzetta di Reggio

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Dall’inserto Scuola2030

«Metal detector a scuola? La debole risposta alle sfide del presente»

Fabrizio Catania*
«Metal detector a scuola? La debole risposta alle sfide del presente»

L’intervento di un docente dell’istituto Zanelli con Secchi di Reggio Emilia

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Alla luce di quanto recentemente avvenuto all’Istituto “Einaudi-Chiodo” di La Spezia, la domanda che risuona nella mente di tanti studenti e docenti colpiti dalla tragica notizia della morte del giovane Youssef è: abbiamo qualcosa da opporre, di valido e condiviso da tutti come solido e comune sistema di valori, al dilagante fenomeno della violenza giovanile? L’interrogativo, così posto, è tanto urgente quanto complesso, e la complessità dipende dal fatto che esso impone un impegno politico preciso al quale, però, la politica (l’arte di gestire la pòlis) ha rinunciato da diverso tempo: come gestire la cosa pubblica in modo da garantire una convivenza armonica, serena, giusta delle sue componenti? È arrivata una non risposta: garantire l’aumento della percezione della sicurezza in vari luoghi della città (operazione “Strade sicure”, “zone rosse” nelle città più violente, metal detector nelle scuole più a rischio). Quanti cittadini si sentono realmente più al sicuro tramite il ricorso a questi espedienti? Ad aumentare non è piuttosto la nostra percezione della paura? Con il serio rischio che i cittadini possano richiedere in futuro misure sempre più impositive di controllo per godere della propria libertà, che diventa, per ciò stesso, controllata? Sembra che si stia affermando la percezione che nei rapporti umani è ormai presente un fenomeno difficile da arginare e che possiamo solo cercare di aggirare momentaneamente rendendo libero da oggetti contundenti un luogo qualsiasi dello spazio pubblico. In altre parole, si rischia davvero che l’ultimo provvedimento del Ministro dell’Istruzione sia la più grande forma di rassegnazione a uno stato di cose concepito come inevitabile. Ma la rassegnazione e l’assenza di speranza sono proprio ciò che i docenti cercano di combattere ogni giorno nelle aule scolastiche, cercando di far sì che la scuola sia un efficace luogo di scambio di saperi e di formazione di una coscienza civica. Il docente che crede che non ci sia possibilità di convivenza pacifica tra differenze culturali ed economiche o che lascia trasparire il proprio pessimismo circa il futuro dei giovani va in contrasto con gli stessi principi dell’educazione, della crescita personale, dello sviluppo della comunità. Il compito delle istituzioni scolastiche, dunque, dovrebbe essere volto a consolidare quei luoghi di dialogo che facciano emergere, e in certi casi anche esplodere, i conflitti che tra gli adolescenti sono spesso all’ordine del giorno, consentendo la loro risoluzione fra i banchi stessi di scuola, piuttosto che ricorrendo a duelli all’ultimo sangue. Individuare il modo, i tempi, gli spazi, in cui far emergere il disagio giovanile è cosa complessa e ardua, per la quale servirebbero investimenti, risorse, analisi storiche, sociologiche e psico-sociali, in una strategia di lungo periodo che, al prezzo di errori e delusioni iniziali, porterebbe a comprendere meglio la realtà che si nasconde dietro a tante tragedie che sconvolgono la nostra società; servirebbero strategie di intervento culturale che coinvolgano le famiglie dei contesti disagiati; servirebbero modelli culturali volti a incrinare la disarmante e ingenua fiducia dei giovani negli stili di vita trasmessi sui social. Servirebbe, insomma, una seria risposta politica. 

*Docente dell’istituto Zanelli con Secchi

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