Il dentista missionario che cura i bambini del Togo: «Milioni di persone senza possibilità: non possiamo abbandonarli»
Enrico Spallanzani di Rubiera tiene un diario social in cui aggiorna sul suo viaggio
Rubiera È rientrato ieri sera dopo l’ultima missione con Aviat in Togo, il dentista missionario Enrico Spallanzani. Dall’Africa il medico rubierese 69enne era partito per l’Italia, nella notte di venerdì. «Non possiamo rimanere inermi di fronte a quelle centinaia di milioni di persone che nel mondo non hanno la possibilità di curarsi. Non possiamo abbandonarli», è l’ultima nota nel puntuale diario di viaggio che ha condiviso con i tanti amici su Whatsapp e dalla sua pagina Facebook.
Questo è stato il viaggio nel quale, oltre a prendersi cura con il collega bolognese Denis Dal Fiume di centinaia di bambini, ragazzi e adulti, è tornato nel villaggio di Atinkpassa. Qui in ottobre aveva assistito, insieme alle figlie Gloria e Chiara, al forage del secondo pozzo “della Gresy”, realizzato con i fondi raccolti grazie a diversi eventi a Rubiera, in memoria della moglie Emilia Graziella Zambelli, morta a 69 anni il 23 febbraio 2025. A completare l’opera, con grande emozione, la collocazione della targa ricordo della moglie, come già era avvenuto per il primo pozzo a lei dedicato. «Momento forte ma anche di gioia – scrive Spallanzani – pensando a tutte le persone che si disseteranno sorridendo alla Graziella». Nello stesso giorno un’altra targa è stata apposta, in memoria del volontario della Croce Rossa di Rubiera, Fabio Margini, morto nel 2020 a soli 40 anni, su un pozzo, realizzato in un villaggio vicino, Babji. Presente anche Claudio Margini, il papà di Fabio.
La missione si è svolta scandita da numerosi trasferimenti, anche in moto, e il lavoro per la cura delle persone, la maggioranza bambini, tra «villaggi sperduti» «in mezzo al nulla», stupendosi ogni volta di quanto in Togo la vita sia «assolutamente essenziale». Alcuni ambulatori sono in fase di allestimento e i due medici missionari non si sono sottratti anche a vestire gli abiti da tecnici, come ad Amakpapé, dove un nuovo ospedale in costruzione. Qui Spallanzani e il collega hanno mostrato i disegni degli studi e preso le misure dei vari impianti montando anche una poltrona nell’ambulatorio provvisorio. In questa fase sono stati ospiti dell’associazione Cuori Grandi, retta da due suore italiane, e hanno eseguito lo screening dei 350 ragazzi che non erano stati visitati nel viaggio precedente di ottobre. «A quelli con lesioni cariose abbiamo dato gli appuntamenti per le cure nel pomeriggio e nella giornata di domani. Nel frattempo gli abbiamo donato spazzolino e dentifricio e abbiamo fatto una lezione di igiene orale», scrive il rubierese. Non meno impegnativa la tappa successiva con base al Villaggio della Gioia ad Atakpamé, un orfanotrofio, gestito dalla laica italiana Elisabetta, dove i «bambini ti chiamano papà e che si accontentano di una carezza e di un complimento». Da qui le equipé si sono divise in due, spostandosi in moto tra un villaggio e l’altro, Spallanzani con a seguito due interpreti: Elisabetta per tradurre dall’italiano al francese, l’altro dal francese al dialetto locale. Nel momento del rientro, infine, la riflessione: «A chi pensa che non ci sia bisogno di andare così lontano per aiutare chi è in difficoltà rispondo ricordando il Giuramento professionale e il Codice deontologico del medico, il quale ha il dovere di curare senza discriminazione, promuovendo l’eliminazione di ogni forma di disuguaglianza». l © RIPRODUZIONE RISERVATA
