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Il progetto

Diga di Vetto, l’altolà dei geologi: «Rischi elevati senza nuovi studi»

Jacopo Della Porta
Diga di Vetto, l’altolà dei geologi: «Rischi elevati senza nuovi studi»

Nelle osservazioni dell’Ordine regionale si evidenziano le criticità legate alle frane

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Vetto Le criticità geologiche, geomorfologiche e idrogeologiche della zona individuata per la realizzazione della diga di Vetto sono tali da richiedere approfondimenti molto più estesi prima di qualsiasi scelta progettuale definitiva. In assenza di questi studi, la realizzazione dell’invaso comporterebbe rischi elevati, costi aggiuntivi significativi e impatti permanenti e irreversibili sul territorio e sulle comunità della Val d’Enza. Questo è l’avvertimento contenuto nelle osservazioni depositate dall’Ordine dei Geologi dell’Emilia-Romagna nell’ambito del dibattito pubblico sul Documento di fattibilità delle alternative progettuali (Docfap). I geologi ricordano che questa fase «rappresenta per l’Ordine un’occasione per riaffermare la centralità della disciplina geologica, per il peso che essa ha in relazione agli interventi previsti».

Il dissesto
Le aree interessate dalle ipotesi di invaso sono caratterizzate da una diffusa presenza di frane attive e quiescenti, alcune delle quali interferiscono direttamente con il bacino e con le opere accessorie.
 Secondo le Norme tecniche per le dighe, tali condizioni possono costituire fattori escludenti per la realizzazione dell’opera. Un aspetto che, secondo i geologi, richiede un approfondimento rispetto all’analisi contenuta nel Docfap. Le due ipotesi Per l’ipotesi di un invaso alla stretta di Vetto l’Ordine richiama l’attenzione sulla sponda sinistra, nel versante parmense, dove sono presenti fratture del terreno, cavità naturali, come la Grotta Giulia da Neda (“Buche di Giola”), e ampie masse di detriti. Elementi che potrebbero essere collegati a movimenti profondi del versante. Alcune criticità si trovano anche a quote superiori rispetto al coronamento della diga e rendono necessari nuovi studi specifici per valutare le possibili conseguenze sulla stabilità dello sbarramento e sulla sicurezza dell’invaso. Per l’alternativa delle Gazze vengono segnalate grandi frane storiche e attive – Taviano, Lalatta e la frana di quota 636 metri – che potrebbero compromettere la sicurezza e la funzionalità del serbatoio e interessare abitati esistenti. Alcuni episodi storici di sbarramento naturale del corso dell’Enza, sempre legati a frane, risultano inoltre sottovalutati. Un’ulteriore criticità riguarda il materiale trasportato dal torrente Enza, costituito in gran parte da detriti di frana e rocce facilmente erodibili. Secondo le stime, questo accumulo di sedimenti potrebbe portare a un progressivo riempimento dell’invaso per alcuni milioni di metri cubi nell’arco di 50 anni, con una riduzione della durata dell’opera, un aumento dei costi di gestione e un incremento dei rischi idraulici ed erosivi a valle.

La condotta di Cerezzola
Per l’ipotesi di invaso a Vetto, il progetto prevede anche la realizzazione di una lunga condotta destinata a trasportare l’acqua dall’invaso fino a Cerezzola, per una lunghezza compresa tra 16 e 20 chilometri, in parte lungo l’alveo del torrente Enza. Anche su questo punto i geologi segnalano diverse criticità. Gli studi a supporto della fattibilità della condotta sono giudicati incompleti dal punto di vista geologico e idrogeologico, con dati da aggiornare e analisi da approfondire, in particolare sul comportamento del fiume e sulle interazioni tra l’alveo e le acque sotterranee. L’analisi dell’erosione, inoltre, si basa su immagini aeree non aggiornate e viene contestata la valutazione dell’Enza come corso d’acqua stabile, ritenuta non coerente con le caratteristiche di un torrente montano. Secondo l’Ordine, anche l’analisi del dissesto lungo il tracciato della condotta necessita di ulteriori approfondimenti. Nelle osservazioni si evidenzia infine che l’opera deve rispettare il principio europeo del “non arrecare un danno significativo”. Il Docfap non chiarisce in modo adeguato le strategie di riduzione e razionalizzazione dei fabbisogni irrigui, né considera in modo sufficiente gli effetti del cambiamento climatico sulla futura disponibilità della risorsa idrica. La definizione puntuale dei fabbisogni, sottolineano i geologi, dovrebbe rappresentare il punto di partenza per valutare l’effettiva necessità di un nuovo grande invaso.

Diga o piccoli bacini

Viene ribadita la necessità di approfondire le alternative ai grandi invasi, in particolare i bacini di stoccaggio consortili realizzabili anche in cave dismesse o in fase di escavazione, già previsti dalla pianificazione provinciale. L’analisi contenuta nel Docfap risulta incompleta per alcuni poli estrattivi e non valorizza pienamente i potenziali benefici di queste soluzioni. l © RIPRODUZIONE RISERVATA