Omicidio di Lemizzone, chiesta una condanna a 30 anni per l’uomo accusato di aver ucciso a bastonate Aldo Silingardi
Correggio: per la pm Maria Rita Pantani l’impronta è la prova schiacciante, la difesa invece chiede l’assoluzione
Correggio Trent’anni di carcere. È la richiesta avanzata dalla Procura al termine della requisitoria sul delitto di Lemizzone di Correggio, cold case della cronaca reggiana. A formularla è stata il pubblico ministero Maria Rita Pantani nel processo a carico di Said Saraa, 37 anni, imputato per l’omicidio volontario aggravato da rapina del pensionato Aldo Silingardi, 78 anni, detto “Abbo”.
«L’impronta palmare parla ed è la firma dell’assassino. Ed è la firma di Said». Così il pm ha sintetizzato una requisitoria durata quasi tre ore, ricostruendo passo dopo passo un’indagine rimasta senza colpevoli per tredici anni e riaperta solo grazie ai progressi della tecnologia forense. Il processo, celebrato in rito abbreviato, è ora agli sgoccioli: l’accusa ha chiesto la condanna a 30 anni di reclusione, la difesa l’assoluzione con formula piena.
L’omicidio risale al 9 luglio 2012. Aldo Silingardi viene trovato morto nella cucina della sua abitazione di via Lemizzone 39/a, nelle campagne di Correggio. La casa è a soqquadro, il tavolo rovesciato, i cassetti aperti. Il corpo dell’anziano è riverso in una pozza di sangue, con il cranio fracassato. I segni di una colluttazione violenta sono evidenti. Per anni il caso resta irrisolto, mentre i familiari sostengono fin dall’inizio l’ipotesi di una rapina finita nel sangue. La svolta arriva nel 2024, quando un’impronta insanguinata del palmo della mano destra porta all’imputato. Secondo l’accusa, l’uomo sarebbe stato sorpreso dall’anziano mentre rubata in casa. Di parere opposto la difesa, rappresentata dall’avvocato Emilio Stagnini, che ha contestato l’impianto accusatorio fondato su un solo elemento. Da qui la richiesta di assoluzione.